Salta, dopo la polemica rilanciata dal Ministro dell'Interno Salvini, il Festival internazionale della canapa che si sarebbe dovuto tenere a Torino, dal 17 al 19 maggio al PalaAlpitour.

Canapa Shop: legali o illegali?

Paolo Vella

21 Maggio 2019 - 14:56

Canapa Shop: legali o illegali?

Si sono suddivisi i social in merito di questo quesito e non è mancata la solita disinformazione, facciamo un po' di chiarezza

Gli organizzatori di Sativa Torino Expo scrivono che «Il ministro Salvini qualche giorno fa ha divulgato un'intervista dove cita il festival della canapa e lo definisce uno scempio, oltre a giurare di far chiudere qualunque punto vendita commercializzi la canapa sativa. Difficile a questo punto far comprendere che Sativa Torino Expo non è una festa che punta alla promozione delle droghe leggere. Per questo motivo molti standisti hanno abbandonato l'idea di partecipare e per questo motivo siamo costretti ad annullare l'evento in primo luogo per tutelare chi essendo presente rischierebbe la propria attività direttamente al festival vedendosela chiudere». La cornice delle dichiarazioni è quella di un incontro con i rappresentanti delle comunità di recupero tossicodipendenti, il bersaglio principale principale è stato l’Hemp Fest, evento svolto a Milano il 5 maggio («Vieteremo ogni tipo di festa legata alla canapa», ha aggiunto Salvini), ma a livello locale a quanto pare già ci si porta avanti con il lavoro: «Ringrazio le forze dell’ordine e la magistratura perché è in corso la chiusura di tre cannabis shop a Macerata, Porto Recanati e Civitanova Marche. Spero che il modello Marche possa essere seguito da altre regioni italiane. Oggi stesso manderò una direttiva con questa indicazione», ha aggiunto il ministro degli Interni leader della Lega. In realtà i negozi chiusi nella regione del centro Italia sono tre, secondo quanto riferito dal questore di Macerata Antonio Pignataro: «Si possono vendere shampoo e saponi», secondo il funzionario di polizia, «ma non le infiorescenze di canapa», senza le quali però «questo tipo di negozi non coprirebbe le spese». E comunque, a giudizio di Pignataro, «la cannabis legale non esiste e il limite di Thc di 0,5 è ingannevole». Salvini: «Il senatore dei 5 Stelle Mantero ritiri la proposta sulla droga libera. Non è nel contratto di governo e non voglio lo Stato spacciatore».
Ma quanto muove, in termini economici, la cannabis legale? Sono 2.087 in Italia i punti vendita di cannabis light aderenti all’Aical, l’associazione nata nel 2018 che riunisce sette tra le principali aziende del settore. Secondo i dati diffusi sul sito, il fatturato è di 6,5 milioni, la superficie coltivata è di 58,5 ettari. Dati molto diversi da quelli forniti da Coldiretti, per la quale i terreni coltivati sono saliti dai 400 ettari del 2013 ai quasi 4000 stimati per il 2018 nelle campagne. «Per la coltivazione e vendita di piante, fiori e semi a basso contenuto di principio psicotropo (Thc) - dichiarava l’associazione di categoria nel suo parere al Consiglio Superiore di Sanità - si stima un giro d’affari potenziale di oltre 40 milioni». Il quadro dovrebbe - meglio dire potrebbe - chiarirsi il prossimo 30 maggio, data entro la quale è attesa la decisione della Cassazione a sezioni unite intorno alla destinazione d’uso delle infiorescenze. Una precedente sentenza della Corte ha stabilito infatti che si può vendere cannabis con un tasso di Thc inferiore allo 0,6 per cento. Ma non sono mancati casi in cui i magistrati hanno convalidato sequestri di canapa shop ipotizzando lo spaccio di stupefacenti. Una regolamentazione serve oggi più che mai.
Salvini e il suo capo di gabinetto Matteo Piantedosi si sono accorti, leggi e sentenze alla mano, che quello che promettevano di fare era impossibile. E così si sono dovuti accontentare di un inasprimento (per ora solo promesso) dei controlli sui Canapa Shop. Ma andiamo con ordine: in base alla legge 242 del dicembre 2016 i prodotti a base di cannabis in Italia sono legali se rispettano il tetto fissato per la dose di Thc contenuta, ossia lo 0,6%, quando quella alla base delle classiche “canne” (ma anche quella, legale e coltivata dallo Stato, per scopi terapeutici) si aggira tra il 5 e l’8% di Thc, ovvero il tetraidrocannabinolo, principio attivo che crea l’effetto psicotropo. Attenzione, però: la legge dice che è legale la produzione ma non dice esplicitamente che ne è consentita anche la vendita. E qui s’infila la direttiva sui Canapa Shop di Piantedosi e Salvini, che sostengono che la vendita non sia consentita. A supporto dell’affermazione la direttiva cita alcune sentenze della Cassazione e la presa di posizione del Consiglio Superiore di Sanità. Ma qui già si nota un problema piuttosto grosso: l’unica sentenza della Cassazione che non viene citata nella direttiva è quella del novembre 2018 che dice che la commercializzazione è lecita. Ma purtroppo c’è di più, nella direttiva si afferma che la polizia ha avviato “significative iniziative di prevenzione” e che i relativi provvedimenti “hanno superato il vaglio dell’Autorità giudiziaria”. E anche qui non si può non sottolineare che alla ricostruzione manca un dettaglio di importanza fondamentale, quella sentenza della Cassazione era arrivata proprio nel caso di un sequestro che la Suprema Corte ha considerato illegittimo: ovvero quello effettuato dal questore di Macerata Antonio Pignataro nell’estate del 2018 nei confronti di un negozio di canapa light in città. Nell’occasione la Cassazione ha anche stabilito che non è possibile effettuare sequestri preventivi se i negozi sono in grado di dimostrare che la merce che hanno in vendita è stata regolarmente comprata da rivenditori che dichiarano di rispettare la soglia dello 0,6% di THC. In questi casi, hanno chiarito i giudici, la polizia può prelevare un campione da analizzare e, se la soglia risulta superata nei risultati delle analisi, può procedere al sequestro. E Pignataro si è adeguato, visto che per il sequestro annunciato ieri ha prima effettuato le analisi e poi ha agito, dopo che i risultati avevano certificato il superamento della soglia dello 0.6% nei prodotti venduti nei due negozi (è stato trovata una percentuale di principio attivo pari allo 0.8%). È evidente quindi che finché non sarà la Cassazione a pronunciarsi di nuovo a maggio il ministero può emanare tutte le direttive che vuole, ma la decisione finale (quella che conta) verrà presa dai giudici. E adesso andiamo al punto: cosa prevede la direttiva di Salvini sui canapa shop per fermare l’emergenza percepita della cannabis light? La chiusura dei negozi? No. Si prevede “un’approfondita analisi del fenomeno”, “una puntuale ricognizione di tutti gli esercizi e le rivendite presenti sul territorio”, “una verifica del possesso delle certificazioni su igiene, agibilità etc” e la vicinanza a “luoghi sensibili” come scuole, ospedali, parchi giochi e così via. Ed è evidente che se un canapa shop mette in vendita prodotti che rispettano le soglie di legge, rispetta le certificazioni di igiene e non si trova vicino a una scuola non verrà chiuso perché, semplicemente, non può esserlo. La ciliegina sulla torta è il finale, dove si certifica che i servizi di “osservazione” potranno effettuare “apposite analisi sui prodotti acquistati negli esercizi in esame”, “finalizzate a scongiurare” la vendita di prodotti illegali. Ovvero proprio quello che diceva la sentenza della Cassazione che ha stabilito l’impossibilità dei sequestri preventivi. E quello che si poteva già fare, visto che Pignataro a Macerata lo ha fatto qualche giorno prima che la direttiva venisse emanata. «Quello che manca sono maggiori informazioni sui benefici e i rischi di questa pianta, non serve demonizzare un prodotto, che non si conosce neanche tra l'altro, quando ha aiutato tante persone sia per piccoli problemi quotidiani come l'insonnia sia per dare un minimo di sollievo a pazienti affetti da malattie aggressive come i tumori.» - ha detto Vittorio Villa, proprietario di Vivi la Canapa (canapa shop vigevanese), ha poi proseguito: «Non vendiamo droghe, vendiamo prodotti naturali che possono avere effetti terapeutici sia sull'umore che sulla salute, l'età media dei miei acquirenti è dai 30 ai 60 anni e vengono informati sugli aspetti benefici dei nostri prodotti facendone un utilizzo responsabile. C'è bisogno di meno disinformazione a riguardo.»
Purtroppo non è la prima volta e non sarà l'ultima che qualche politico sfrutterà la propria carica per distribuire disinformazione con l'unico scopo di fare campagna elettorale e nutrire il proprio ego millantando di proteggere il proprio popolo, sta a noi capire il trucco.

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