come ci vedono all'estero

Vigevanesi nel mondo: come vivono l'emergenza

In Germania si preparano al “picco”, in Francia ci temono, ai Caraibi non si sbarca, in Spagna... todo bien!

Annalisa Vella

05 Marzo 2020 - 10:58

Vigevanesi nel mondo: come vivono l'emergenza

Coronavirus Global Cases by Johns Hopkins CSSE

Vigevanesi nel mondo: come stanno vivendo l’emergenza? Quale è la percezione che hanno della nostra situazione e quali le misure adottate nei Paesi in cui risiedono?

Ad Amburgo, nel nord della Germania, la situazione è tutto sommato tranquilla: «Qui la vita scorre normalmente », ci dice Maurizio Laverone, 65 anni, libero professionista, residente ormai da trent’anni in Germania. Lo abbiamo sentito lunedì, quando i casi accertati in città erano 3 più altri 4 nel circondario. «Si attuano misure “chirurgiche”, nel senso che si segue il filo rosso dei contatti e si decide chi porre in isolamento o, ad esempio, se è il caso di chiudere quella singola scuola frequentata dal figlio del soggetto positivo. Momenti di panico, con assalti ai supermercati come visto da voi, ci sono stati più a sud, tra Colonia e Dusseldorf, dove i casi sono più numerosi, ma anche qui cominciano a scarseggiare mascherine e disinfettanti. Le aziende intanto stanno riorganizzando il lavoro: si teme infatti che recandosi in Italia poi non si possa fare rientro, o che si venga messi in isolamento. Non c’è un vero e proprio divieto a venire in Italia, ma in pratica è sconsigliato». E come italiano come la sta vivendo? «Sono stato a Roma 15 giorni fa per lavoro. Prima i miei colleghi mi dicevano “Che fortuna, sei stato a Roma!”, adesso “Ah, sei stato a Roma...?”. Diciamo che stringo meno mani...», ci confessa, ridendo.

Avrebbe dovuto far rientro a Parigi, ma è rimasto bloccato a Berlino per due settimane un altro vigevanese, Manuele Gragnolati, 52 anni, docente di letteratura italiana alla Sorbona. Era stato in visita a Vigevano il 16 febbraio e, facendo tappa a Berlino, qui è stato raggiunto da una comunicazione dell’Università parigina rivolta a tutti gli insegnanti che fossero stati recentemente nel Nord Italia. In sintesi: non venite a fare lezione, tappatevi in casa per due settimane, fate lezioni a distanza e se, non sviluppate sintomi, poi potete rientrare. «Accendo la tv e dall’Italia arrivano immagini di supermercati svuotati, strade deserte, Fontana che parla con la mascherina... per un attimo ho pensato: è l’Apocalisse. Intanto la situazione è peggiorata in Germania, ma sembra di capire che, se anche la situazione è complicata, tutte le energie sono spese nell’organizzarsi in previsione del picco - ci dice Manuele -. Mio fratello vive negli USA e questo mi fa riflettere sul fatto che la nostra vecchia e malandata Europa, tutto sommato, regga ancora: adesso si comprende l’importanza di avere una sanità pubblica, negli USA il concetto di pagare per le cure di un altro non è accettata. Ma in casi come questo la salute dell’altro è la nostra salute. Noi non siamo monadi isolate, siamo tutti collegati. Questa emergenza dovrebbe far riflettere sull’importanza di difendere e potenziale la sanità pubblica e la ricerca».

In Spagna i casi accertati a martedì erano 150, 8 i ricoverati. Nonostante il contagio avanzi, i cittadini sono fiduciosi e per nulla allarmati. Ce lo conferma Giovanni Vella, 52enne vigevanese, medico dentista e docente alla Facoltà di Odontoiatria di Valencia: «Nessun allarme né tantomeno psicosi, ma protocollo attivato sì: quarantena per chi è venuto in Italia di recente o è venuto a contatto con casi accertati, se si hanno sintomi c’è un numero d’emergenza da contattare, ma la percezione generale è non sia nulla di grave e gli stessi positivi diffondono via social loro selfie a testimonianza della loro condizione di salute. Ha fatto clamore il caso di un medico sorpreso a trafugare 300 mascherine da un ospedale - ci racconta -. Come dentisti ci è stato comunicato di potenziare le accortezze, come cambiare molto più spesso le mascherine, il cui rifornimento in effetti comincia ad essere contingentato. Ma per il resto tutto procede normalmente, basti pensare che qui a Valencia si sta svolgendo la celebrazione de Las Fallas, una festa che richiama in strada tantissime persone, e che proseguirà per diversi giorni. Non è stata sospesa. Resta il fatto che, dei casi accertati, per alcuni non si è ancora chiarito come sia avvenuto il contagio. Martedì prossimo è attesa l’Atalanta per la Champions League, e si chiede che la partita si svolga a porte chiuse. Diversa la situazione a Madrid, dove i casi sono numerosi: giovedì prossimo avrei dovuto partecipare alla Expodental, ma è stata annullata».

Disavventura invece per una coppia di vigevanesi in viaggio di nozze ai Caraibi. «Non ci hanno fatto scendere a Santa Lùcia - raccontano Marco Previderé e Daniela  Rimola - temendo un possibile contagio. Siamo poi sbarcati in Martinica dove erano in corso manifestazioni contro l’arrivo dei turisti».

Mascherine introvabili anche ad Amsterdam. Nei Paesi Bassi i contagi (il dato è aggiornato a ieri, mercoledì) sono una ventina. Ma la psicosi non si è ancora diffusa. «Quello che sto notando – sono le parole di Federico Violato, che vive da anni nella capitale olandese – è che la gente prende precauzioni, ma lo fa in modo privato, senza farsi vedere. Le persone iniziano a fare la “spesa grossa”, quella delle provviste. L’atmosfera non è certo quella che, dai media, noto in Italia. Le mascherine non le indossa nessuno, ma sono comunque “sold out” se uno le chiede. Probabilmente sono state acquistate e messe da parte. Non noto controlli particolari: passo tutte le mattine davanti alla stazione centrale di Amsterdam e tutto è come sempre. Perfino all’aeroporto. Tutto è coerente con la cultura olandese: loro non prevengono, ma curano, ed evitano atteggiamenti ansiosi».

E poi c’è Nizza, a trenta chilometri dal confine tra Italia e Francia ma un altro mondo. Otto casi finora, tra cui un pensionato italiano. Ma gli eventi del Carnevale (come riferisce un’ex insegnante che vive lì, e preferisce restare anonima) che durano una quindicina di giorni non sono stati annullati.

A Losanna - dove presso l'ospedale CHUV è stato registrato il primo caso di morte in Svizzera - lavora la vigevanese Paola Bezzi, neurobiologa in forza alla Facoltà di Neuroscienze dell'Università di Losanna. «Qui al momento hanno annullato tutti i meeting al di sotto delle mille persone, si sta agendo al contrario di quanto avviene altrove: se un evento o meeting è facile da annullare viene rimandato di un paio di mesi. Scuole e università sono ancora aperte». Situazione differente a Ginevra dove, come sappiamo, è stato annullato il Geneva International Motor Show.

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