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Pietre d'inciampo vecchie e nuove: chi erano le persone commemorate?

Ne sono state posate quattro nuove a Robbio, Lomello e Sartirana. Ricostruiamo la storia di ognuna delle 13 persone a cui è stato reso omaggio in Lomellina

Davide Maniaci

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dade.x@hotmail.it

27 Gennaio 2022 - 17:23

Pietre d'inciampo vecchie e nuove: chi erano le persone commemorate?

Non si possono dimenticare e infatti in tanti già li ricordano. Da oggi, 27 gennaio, Giorno della memoria, l’impronta sarà anche tangibile: basterà passare presso i luoghi dove hanno vissuto o che hanno visto per l’ultima volta prima di essere portati via. Il loro nome rimarrà per sempre impresso nell’ottone, a sua volta incorporato nell’asfalto. Sono queste le pietre d’inciampo, idea dell’artista tedesco Gunter Demnig. Dal 1992, instancabile, le scolpisce a mano. Sono oltre 71mila e si trovano in quasi tutta Europa per ricordare i deportati nei lager nazisti. In Lomellina ce ne sono quattro in più. Le pietre del 2022 diventeranno cinque se si aspetterà maggio.

Le pietre di Conti e Sozzi

ELIO TERESIO SOZZI. A Robbio la pietra (delle dimensioni canoniche di un sampietrino, 10 centimetri per 10) affissa davanti al municipio domani, venerdì 28 gennaio alle 11, ricorderà Elio Teresio Sozzi, nato qui nel 1913 e perito nel campo di concentramento di Mauthausen, in Austria, il 30 aprile 1945. La ricostruzione della sua biografia si deve all’Aned, Associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti, sezione di Pavia, con gli storici vigevanesi Marco Savini e Maria Antonietta Arrigoni. Sozzi era un disegnatore meccanico, militare, tornato l'8 settembre a Milano, dove risiedeva, per lavorare all'Alfa-Romeo. Dal registro matricolare di San Vittore risulta incarcerato il 21 aprile ‘44, e inserito il 27 aprile nella lista di 251 deportati in partenza per il “campo di concentramento” di Fossoli, presso Modena. Una notizia confermata da una lettera alla madre. Al campo è ritratto da Armando Maltagliati il 30 aprile 1944. Risulta tra i deportati partiti da Fossoli il 21 giugno ‘44 con destinazione Mauthausen, Austria (trasporto 53). Il servizio di sicurezza tedesco di Verona lo ha inviato a Mauthausen, dove è arrivato il 24 giugno 1944. Il 30 luglio 1944 è destinato ai lavori forzati al Kommando di Wiener-Neustadt (sottocampo di Mauthausen) e poi a Steyr in data imprecisata (dati CICR). Il 17 aprile 1945 rientra a Mauthausen. Secondo la Gazzetta Ufficiale la data di morte sarebbe il 30 aprile 1945. Di lui si hanno una vecchia foto e quel vecchio ritratto, realizzato da Armando Maltagliati.

ALDO CONTI Sartirana già stamattina ha posato la pietra d'inciampo per Aldo Conti. Era giovanissimo: classe 1922, sartiranese, militare in Albania, la documentazione degli archivi comunali lo piangeva per disperso già nel ’43. Secondo la Croce Rossa Internazionale il 18 ottobre 1943, veniva trasferito dallo Stammlager per prigionieri di guerra XB di Wietzendorf al kommando di Dora, in Germania, dove gli veniva assegnato il numero 0383 nella categoria “Kriegsgefangener” (prigioniero di guerra). Sarebbe morto il 27 gennaio 1944.

Un'istantanea della cerimonia a Sartirana

GIUSEPPE LOEW E GIUSEPPE ZALTIERI. Poi c’è Lomello: le pietre in ricordo di Giuseppe Loew e Giuseppe Zaltieri dovevano già essere posate lo scorso anno, ma non era possibile per via del lockdown dovuto al Covid. Adesso finalmente lo è stato, stamattina in piazza Castello, presso il municipio, con l'intervento anche del sindaco Silvia Ruggia oltre a rappresentanti di Anpi, Aned, degli studenti dell’istituto Magnaghi e anche dei familiari di Zaltieri. Un annullo filatelico da parte di Poste Italiane celebra l’evento. Loew morì giovanissimo, non ancora ventenne: era nato infatti il 26 giugno 1926. Cadde a Dachau a inizio 1945. Abitava a Villa Biscossi quando, dopo l'armistizio, entrò a far parte del "gruppo militare del Po". Inizialmente il ragazzo ebbe l'incarico di aiutare i militari inglesi e americani che si erano sottratti alla prigionia; assunse poi il comando della formazione partigiana denominata "compagnia Grieff", della quale facevano parte anche ex prigionieri alleati. La "Grieff", che nell'autunno del 1944 sarebbe confluita nella Brigata "Fachiro", era particolarmente impegnata in azioni di sabotaggio e nel disarmo di militi della Repubblica Sociale Italiana, sorpresi isolati nei loro spostamenti. Il 16 luglio del 1944, Loew fu sorpreso a sua volta mentre trasportava dei manifesti di propaganda antinazista. Catturato dalla Brigata Nera di Pavia, lo studente fu rinchiuso per due mesi nel carcere locale e poi trasferito nel campo di Bolzano, dove fu incaricato di provvedere perché fosse tenuta pulita la camerata F. Deportato ad Auschwitz, alla fine di dicembre fu quindi trasferito nel lager di Dachau, dove morì non ancora ventenne. Nel 2000, a cura dell'Associazione culturale "Palatina" di Lomello, è stato pubblicato un saggio dal titolo “Giuseppe Loew, un eroe sconosciuto”.

Giuseppe Loew

Giuseppe Stefano Zaltieri viveva a Lomello con la moglie e i quattro figli. Vita diversa rispetto a Loew, ma stesso destino e stessa commemorazione, per essere pianto e ricordato per sempre. Era nato a Isorella, nella bassa bresciana, nel 1909. Era un salariato agricolo e abitava alla cascina Boragno, presso l’incrocio con la 206 e quella che ora è conosciuta come la “villa degli amanti maledetti”. Nascondeva numerosi soldati anglo-americani, rifugiatisi in paese dopo l'8 settembre aiutandoli a espatriare in Svizzera. Lo hanno arrestato nella sua abitazione, il 30 ottobre 1944, le “Brigate Nere” di Mortara. Poi è stato condotto alle carceri di San Vittore a Milano e al campo di Bolzano. Da qui, il 20 novembre, ecco la deportazione a Mauthausen dove arriva il 21 novembre 1944. Il 1° dicembre è inviato ad Auschwitz e, ancora, a Buchenwald il 26 gennaio 1945. Il 14 febbraio l’ultima destinazione, il sottocampo di Ohrdruf. Probabilmente la marcia di eliminazione durante l'evacuazione del lager gli è stata fatale.

Giuseppe Zaltieri

Le pietre posate dopo la cerimonia a Lomello

LUIGI LANGOSCO. La storia più brutta, cruda, crudele e insensata è quella che verrà raccontata dopo: anche la piccolissima Langosco avrà la sua pietra d’inciampo. Bisognerà aspettare l’8 maggio. Dell’arresto di Luigi Langosco (sì, si chiamava come il paese), forse di origine nobile, non sono chiare ancora le dinamiche. Era già anziano al momento dei fatti: all’anagrafe risultava nato il 25 settembre 1876. La data di morte è invece il 18 luglio 1944 e il luogo molto più sinistro rispetto al tranquillo paesino sulle rive del Sesia: il castello di Hartheim, in Austria. Lì venivano assassinati alcuni prigionieri provenienti dal campo di concentramento di Dachau. Era un colonnello in pensione e viveva a Milano. Secondo lo storico Gaetano De Martino «sul tram conversava con un amico e una sua frase di critica fu raccolta da un fascista». Secondo la documentazione della Croce Rossa internazionale è arrivato a Mauthausen, il 13 marzo 1944, categoria “deportato per motivi precauzionali.”, numero 57591 (trasporto 33, da Milano). Il tragitto verso il campo è così descritto sempre da De Martino: «Il vecchio Langosco, malandato in salute, era esausto e non ne poteva più, sebbene fosse aiutato dai compagni che gli erano accanto: all'estremo delle forze, chiedeva che lo lasciassero pur morire ai margini della strada. Ma come Dio volle, arrivò anche lui». Muore il 18 luglio 1944 all’Erholungslager Hartheim. La designazione “Erholungslager” (campo per malati convalescenti) è stata impiegata dalle SS per mascherare operazioni di eutanasia compiuti al castello di Hartheim. Aveva criticato il regime su un tram. Tanto bastava per essere condotti a morire.

LE PIETRE DEL PASSATO.

La Lomellina negli ultimi anni, come un piccolo cielo stellato, ha salutato quasi ogni anno la posa di nuove pietre d'inciampo. Anche Vigevano ha le sue quattro. Quella dedicata al beato Teresio Olivelli sorge davanti al portone del liceo Benedetto Cairoli, dove studiava. Tante strade portavano il nome di Teresio Olivelli, tra l'altro a Brescia, Carpi, Nove, Pavia, Sorbolo e Vigevano. Una piazza Olivelli si trova a Lecco, un'altra a Milano. A Tremezzina, sul Lago di Como, gli è stato dedicato il parco civico. Una lapide a Rovereto lo ricorda insieme a Guido Rampini, Otello Pighin, Bruno Pasino, Francesco Zaltron, Bernardo Castagneri, Bruno Bocconi e Francesco Besso. Il 14 dicembre 2015 fu riconosciuto Venerabile dal Papa, al 16 giugno 2017 anche come Martire. La solenne beatificazione è stata effettuato del cardinale Angelo Amato il 3 febbraio 2018. Il 19 gennaio 2018, appena prima, la cerimonia di posa della pietra è coincisa con quella per la maestra Anna Botto in via del Popolo, davanti a casa sua. Qui il video della cerimonia.

«Anna Botto nacque ad Alessandria il 31 dicembre 1895. Suoi genitori erano Giuseppe Botto e Giovanna Ortica. Divenne insegnante. Lavorava prima in provincia di Alessandria, poi a Como, infine per diciotto anni nella provincia di Pavia. Era insegnante a Langosco, Robbio e Palestro, poi nella scuola elementare Regina Margherita a Vigevano. Abita in via del Littorio 11, dove c'era anche la locale casa del fascio. Dopo l'armistizio di Cassibile cercava di contattare gli esponenti antifascisti. Decide di aiutare ex prigionieri alleati, nascoste nelle campagne della Lomellina. Portò latte e altri alimenti, sperando che possano fuggire verso la Svizzera. Alcuni li ospitava a casa propria. Tra di loro era un uomo la cui gamba era minacciata dalla gangrena. Anna Botto si prese cura di lui e ogni giorno veniva un medico di fiducia per le cure necessarie. Il 21 ottobre 1943 scrisse l’epitaffio distribuito alle esequie in memoria di una vittima dei nazisti, Giovanni Leoni, un geometra comunale che fu ucciso in rappresaglia per l’uccisione di un fascista: "Piombo tedesco | volle vittima di rappresaglia | Giovanni Leoni | Papà, ti gridano le figlie tue | sta' a noi vicino | guidaci per mano | mitiga la nostra solitudine." All'inizio di maggio 1944 fu arrestata per la prima volta poi rilasciata e finalmente arrestata di nuovo il 6 lugli 1944. Nel successivo interrogatorio "Anna mantiene contegno fiero, oltremodo coraggioso, bollando d’infamia i suoi carcerieri per i delitti cinicamente perpetrati al servizio dei nazisti". Era stata arrestata per il suo protesto silenzioso contro l'assassinio di Carlo Alberto Crespi, un “giovane fucilato dai fascisti”. Fu rilasciata il 10 maggio 1944. Però fu arrestata di nuovo il 6 luglio 1944. Stavolta venne trasferita alle carceri giudiziarie di Pavia. Fu deferita al Tribunale Speciale e venne processata a Milano. Il 31 agosto 1944 venne trasferita al carcere di San Vittore a Milano. Alla sera del 20 settembre 1944 venne trasportata al campo di transito di Bolzano, insieme al viceprefetto pavese, Ernesto Maschera Gragnani (poi deportato a Dachau) e suo moglie, Maria Luisa Canera di Salasco (poi deportata a Ravensbrück), Mario e Ugo Pettenghi, un padre e suo figlio (poi deportati a Dachau) e la moglie o madre Rosa Gaiaschi (poi deportata a Ravensbrück)».

Anna Botto

Vigevano due anni dopo ha raddoppiato le proprie pietre con i nomi di Ermes Testori e Santino Bonafin. Fu molto partecipata quella cerimonia del 2020, poco prima del lockdown. Così scrivevamo: «Questa mattina, lunedì 27 gennaio, in piazza Martiri della Liberazione a Vigevano, sono state collocate due pietre d’inciampo dedicate a Santino Bonafin ed Ermes Testori. Bonafin, nato il 1 luglio 1927 a Lendinara (Rovigo), lavorò a Vigevano come garzone da un panettiere e venne arrestato nel settembre del 1944, durante un rastrellamento nei boschi del Ticino. Deportato a Mauthausen, morì nel sottocampo di Ansfelden, in Austria, il 24 maggio 1945. Testori nacque a Vigevano il 29 agosto 1924; operaio calzaturiero, fu arrestato per diserzione il 18 febbraio 1944 e portato in carcere a San Vittore. Da qui, venne deportato al campo di Flossenbürg; morì il 21 marzo 1945 nel sottocampo di Zwickau. Domani, 28 gennaio, sarà la volta di Mortara dove, alle 15,30 in piazza Marconi, si terrà la cerimonia in ricordo di Cesare Capettini, deportato a Mauthausen».

Nel nostro articolo dell'epoca c'è anche un filmato coi momenti più toccanti della cerimonia.

Bonafin, nato nel 1927 a Lendinara, Rovigo, fu arrestato durante un rastrellamento il 1° settembre 1944, avvenuto in una località dei boschi del Ticino, dove viveva con i familiari e dove si nascondevano molti sbandati ed ex-prigionieri inglesi.

È deportato a Mauthausen con il trasporto n. 104, partito da Bolzano il 20 novembre 1944 e arrivato al campo il 21 novembre.

Gli viene assegnato il numero di matricola 110393.
Nel registro anagrafico dei morti del comune di Vigevano del 1952 è riportata una cancellazione per morte, che si dichiara avvenuta in Austria al sotto campo di Ansfelden, il 24.5.1945 quindi appena dopo la liberazione.

Gli è stata riconosciuta l’appartenenza alla 169° brigata “G. Leoni”.

Nato a Vigevano il 29 agosto 1924, morto a Zwickau (Flossenbürg ), Ermes Testori era operaio calzaturiero, renitente al bando Graziani, viene arrestato a Vigevano per diserzione il 18 febbraio 1944.

Dapprima tradotto al carcere San Vittore di Milano, dove risulta presente il 13 maggio col numero di matricola 327MC (camerata 20 raggio III) indicato come panettiere.

Qui rimane fino al 21 giugno, quando parte con altre 9 persone per Verona, viene poi deportato al campo di Flossenbürg, dove gli viene assegnato il n. di matricola 29290.

Muore nel sottocampo di Zwickau il 21 marzo 1945.
Questo campo, secondo padre Giannantonio Agosti, pure lui deportato, “creato esclusivamente per accogliere operai internati addetti all’Auto-Union, era molto ristretto e consisteva in 5 sole baracche, più l’infermeria, le abitazioni delle SS e i servizi. Come per ogni altro campo, una rete di filo spinato lo cingeva e la strada stessa che lo univa allo stabilimento era fiancheggiata da altri reticolati”.

«La piccola lapide per Cesare Capettini - si legge nell'articolo dell'Informatore - con il suo nome è stata collocata sul marciapiede antistante la stazione, accanto alla fontana. Sopra si legge “Qui abitava…”, ma in realtà Capettini, operaio della Marzotto, risiedeva poco lontano dal “fabbricone”, in via Lomellina 70. «È un po’ fuori mano - ha spiegato il sindaco Marco Facchinotti - e così ci è sembrato giusto collocare la pietra d’inciampo qui, luogo di passaggio di generazioni. Tante persone che passeranno da qui avranno motivo di riflettere. La manifestazione è stata organizzata da Anpi e Aned, le associazioni dei partigiani e dei deportati. Erano presenti alcune scolaresche della primaria e la giunta comunale quasi al completo. Sono intervenuti anche alcuni parenti, tra i quali due nipoti residenti a Milano, Anna e Arturo Cesare Capettini. Quest’ultimo porta il nome del nonno Arturo, a sua volta fucilato dai nazifascisti, e dello zio Cesare. Ai due fratelli era stata intitolata una brigata garibaldina operante in Oltrepo e poi una strada a Mortara».

Nel 2019 Cilavegna ricordò con la pietra Giovanni Maccaferri, in via Roma 38. «Nacque a Cilavegna l’8 dicembre 1923. Era un operaio presso il calzificio Giudice di Cilavegna. Era antifascista. Per aver partecipato ad uno sciopero venne arrestato il 3 marzo 1944 – insieme alle colleghe Giovanni Casinghino, Clotilde Giannini, Luigina Cirini e a Pietro Zorini Omodeo, un sarto. Fu recluso al castello di Vigevano e poi detenuto al carcere di San Vittore a Milano. Venne trasferito insieme allo Zorini al campo di transito di Fossoli. Lo Zorini fu rilasciato per motivi di salute, il Maccaferri invece viene deportato al campo di concentramento di Mauthausen il 15 marzo 1944. Lì, Giovanni Maccaferri muore esausto al 8 maggio 1945, tre giorni dopo la liberazione del lager».

Paolo Cotta Ramusino vede il suo nome fissato nell'ottone in piazza del Municipio, a Gambolò. Per la posa della pietra d'inciampo, nel 2020, c'erano «il sindaco Antonio Costantino e l'allora suo vice Antonello Galiani. Erano presente anche gli assessori Helena Bologna e Anna Preceruti e anche i ragazzi dell’istituto comprensivo Robecchi, presenti con la stella di David collocata sui giubbotti. Cotta Ramusino nacque nel 1922. Fu arrestato nel 1944 e deportato nel campo di concentramento di Buchenwald. Il 2 marzo 1945 fu assassinato al campo di lavoro di Ohrdruf. Era un semplice soldato che, come altri 600 mila è stato catturato dai tedeschi appena dopo l’Armistizio l’8 settembre 1943, ma diversamente dalla maggioranza di loro non è restato in un campo di prigionia, ma forse per un tentativo di fuga, processato da un tribunale delle ss e portato nel lager di Buchenwald, quando era già diventato il campo con più deportati dell’intera Germania e poi al sottocampo di Ohrdruf, dove si lavorava nelle gallerie per la produzione bellica».

Garlasco, nel gennaio del 2019, ha organizzato la cerimonia per Pietro Gallione e Francesco Mazza. Entrambe le pietre sono in piazza Repubblica 11. Pietro Gallione nacque a Garlasco il 23 agosto 1918. Era di professione muratore. Era arruolato nell'artiglieria, combatteva in Grecia e ritornava in Italia con licenza premio alla fine dell'agosto 1943. Dopo l'armistizio di Cassibile del settembre 1943 si trovava a Mestre. Venne catturato dai tedeschi durante un rastrellamento e deportato in Germania. Durante il viaggio riuscì ad informare la sua famiglia con una lettera gettata dal treno. Morì al campo di concentramento di Dora-Mittelbau il 5 aprile 1945. Francesco Mazza nacque a Garlasco il 27 giugno 1901. Era di professione contadino. Si prodigò ad aiutare i militari alleati fuggiti dai campi di prigionia. Agiva di propria iniziativa, nascondeva i militare, li nutre, li rifornisce di abiti e li faceva espatriare in Svizzera. Tradito da una spia, fu arrestato a Garlasco il 9 settembre 1944. Fu trasferito a San Vittore a Milano e poi al campo di transito di Bolzano. Dopo di che i nazisti lo deportarono al campo di concentramento di Dachau. Lì è stato assassinato il 19 febbraio 1945.

Di loro scrivevamo durante la posa delle pietre.

A Gravellona viveva Clotilde Giannini: la pietra si trova presso il vicolo che porta il suo nome, dal 2019. Nacque a Tornaco, in provincia di Novara, il 24 dicembre 1903. Era sposata con Alfredo Giannini e aveva un figlio. La famiglia risiedeva a Gravellona Lomellina. Era antifascista e femminista. Lavorava presso il calzificio Giudice e partecipava allo sciopero contro le leggi fasciste al 2 marzo 1944, insieme con 472 altri operai. Il giorno seguente i nazisti arrivarono e arrestavano tanti membri della ex commissione interna dell’azienda, tra di loro Camilla Campana, Luigina Cirini, Clotilde Giannini e Giovanni Maccaferri (vedi sopra). Fu rinchiusa nel castello di Vigevano e venne poi detenuta al carcere di San Vittore a Milano. Venne trasferita a Bergamo, deportata ad Auschwitz e trasferita nel campo di concentramento di Bergen-Belsen in Bassa Sassonia in data imprecisata. Qui rimase fino alla liberazione del campo da parte delle truppe inglesi al 15 aprile 1945. Morì nove giorni dopo per le conseguenze della prigionia. Ci sono due lettere che ha scritto a suo marito, la prima dalle carceri di Bergamo, il 4 aprile 1944, e la seconda da Verona, il 4 maggio 1944. La seconda è molto breve: «Caro Alfredo, Ore 5. da Verona ti giungano i miei sinceri saluti e baci tua Clotilde sono in partenza per la Germania Alfredo in quanto per il viaggio mi trovo bene speriamo che tutto finisce addio oppure arrivederci / Salutami la mamma e papà fratello e sorella i parenti e amici e tutti quelli che domandano di mè / Alfredo salutami il figlio e tienilo d’acconto / bacioni / Saluti la tapa e la Iside ciau / arrivederci ciau /ciau».

Carlo Nipoti invece era di Mede. Era nato il 30 dicembre del 1908 in via Malcantone n.2 oggi via Andrea Costa, da Armandola Angela contadina, moglie di Nipoti Pietro contadino. Il 26 agosto 1933 si sposò con Sartirana Giuseppa fu Ercole, di Mede. Cambiarono diverse abitazioni e emigrarono anche a Sartirana lomellina, facendo ritorno a Mede nel 1938 abitando in un cortile di via Andrea Costa oggi compreso in vicolo Bernini, dove vicino all'abitazione realizzò un piccolo laboratorio di falegnameria. Allo scoppio della guerra voluta dal regime fascista venne richiamato alle armi nel 1941 ed inviato in Albania con il contingente destinato all'aggressione della Grecia. Venne coinvolto dal dramma dell'armistizio del 8 settembre 1943, quando migliaia di soldati sbandati furono fatti prigionieri perchè si rifiutarono di essere complici del nazismo e deportati in Germania.
Venne internato nel lager di Mittelbau Dora, il più segreto della Germania nazista, un sottocampo di Buchenwald sul monte Kohsten in Turingia. In questo campo venivano costruiti i missili V1 e V2 che sono stati utilizzati nel bombardamento di Londra; vi furono internati prigionieri da tutta l'Europa e anche circa 1600 italiani, di cui la metà composta da IMI (Internati Militari Italiani). Le condizioni di lavoro e la detenzione disumana, aggravata dal sovraffollamento e dalle condizioni climatiche particolarmente rigide dell'inverno, causarono migliaia di vittime e tra questi anche Carlo Nipoti che vi mori il 1° febbraio del 1944. La pietra è stata posata nel gennaio 2020.

Il travagliato 2021 ha visto solo due pietre d'inciampo, a Pieve Albignola, per Aldo Locatelli e Guido Panigadi. Locatelli era nato a Pozzuolo Martesana (MI) l'11 novembre 1904, morto probabilmente a Melk (Mauthausen).

«Di professione fattore agricolo, Locatelli viene arrestato da fascisti insieme all’ex-maggiore Guido Panigadi a Pieve Albignola nella cascina Carlina, divenuta un centro di aiuto per partigiani ed ex-prigionieri e sito di un lancio di armi da parte degli aerei alleati.

Le circostanze del suo arresto sono riassunte in una comunicazione della prefettura di Pavia al Ministero dell’Interno datato 7 settembre. Dopo un primo attacco il 9 luglio, il 27 agosto nove partigiani armati avevano assaltato l’abitazione del generale Renzo Montagna a Santa Giuletta. Tra i documenti di un partigiano bulgaro disertore, morto durante l’azione, i fascisti repubblicani trovarono delle foto con il recapito di due ragazze: Lina Locatelli e Sandra Cucurgna, abitanti alla cascina Carlina; ne derivò una perquisizione della cascina, già segnalata come luogo sospetto, in cui furono trovati: “4 militari disertori appartenenti alla divisione ‘Monterosa’. Contemporaneamente venivano pure arrestati nelle vicinanze della cascina altri 2 renitenti alla chiamata alle armi”. I fascisti sequestrano anche un certo numero di divise appartenenti a ex-prigionieri di guerra inglesi e armi di vario tipo. Da qui l’arresto di Locatelli, di Guido Panigadi e delle due ragazze, che in seguito furono rilasciate. Aldo è trasferito a Verona e poi al campo di transito di Bolzano. Da qui è deportato a Mauthausen dove giunge il 21 novembre e gli viene assegnato il n. di matricola 110304, cat. “Sch.” (trasp. 104). Il 5 dicembre sarebbe stato destinato al sottocampo di Melk, poi ancora a Ebensee dove sarebbe morto il 26 aprile 1945.

Panigadi, nato a Rovigo il 18 marzo 1892, è morto a Melk, sottocampo di Mauthausen.

Di professione agricoltore e commerciante, già combattente e ufficiale di cavalleria di complemento durante la Grande Guerra, è richiamato alle armi con il grado di maggiore nel 1940 e assegnato al presidio militare di Pavia. Viene catturato dai tedeschi il 9 settembre 1943, ma evade dal campo di internamento il 30 settembre e ritorna in famiglia, a Pieve Albignola, alla cascina Carlina.

Secondo una lettera al prof. Giulio Guderzo della figlia Laura sarebbe “entrato nella resistenza perché, quale ufficiale dell'esercito, contrario al regime fascista. Non ha preso parte ad azioni singole. Di idee prettamente monarchiche, ligie agli ideali dell'esercito. Arrestato per aver concesso ricovero a prigionieri politici di ogni nazionalità e per aver fatto della cascina (ove abitavamo) un centro di lanci paracadutistici per rifornimenti di armi, munizioni e viveri da parte degli alleati”.

È in collegamento con i comandi del C.V.L. di Pavia (Alfredo Turri, Antonio Aleati, Franco Andreani) e di Voghera. Viene arrestato in casa dai fascisti, insieme al suo fattore e uomo di fiducia, Aldo Locatelli. Viene portato a Pavia nelle carceri di via Romagnosi, poi a San Vittore, dove è consegnato alle SS, da qui l’11 novembre ’44 è internato a Bolzano, dove il 20 novembre 1944 viene deportato a Mauthausen, e gli viene assegnato il n. di matricola 110356 (trasp. 104). Infine è trasferito a Melk, dove muore il 20 febbraio 1945 alle ore 9.40 per “Kreislaufinäche, darmkatarrh” (problemi di circolazione, catarro intestinale).

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