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Andrew Villani: lo scrittore che convive col tumore

La storia del vigevanese, 34 anni, già operato due volte, arrivato sul podio in un concorso letterario

Davide Maniaci

Email:

dade.x@hotmail.it

13 Febbraio 2022 - 15:29

Andrew Villani: lo scrittore che convive col tumore

Andrew Villani

Lo dice, con ironia ma senza nascondersi. «Ho l’hobby del tumore». Ne ha avuti due in trent’anni di vita e, in compenso, non prende l’influenza da quando andava alle superiori. Il concorso forse non era il non plus ultra, dal punto di vista letterario, ma poco importa: il terzo posto gli ha permesso grazie al racconto da lui inviato di ripercorrere quegli anni di terapie vissuti sulla propria pelle.

Il testo s’intitola “Non sapevo di essere un chicco di mais”. Il tumore («non chiamatelo cancro, è anacronistico») ti obbliga a conviverci. «Il chicco non è conscio di poter evolvere in pop-corn, ha bisogno di una padella e di un fuoco, o se preferite di un microonde, per vivere questa trasformazione». Andrew Villani, vigevanese, 34 anni, ha partecipato al premio letterario “Federica - Le parole della vita” promosso dalla fondazione Aiom, Associazione italiana di oncologia medica e dalla Rete nazionale pazienti Italia. Incentiva i pazienti oncologici a raccontare le proprie esperienze. Tre poesie e tre racconti scelti ogni anno, premiati e poi pubblicati. C’è anche quello di Villani, che ha «condiviso il suo sguardo nell’affrontare la malattia e le relative cure, differente dal solito lessico militare: “battaglia, guerriero, leonessa” che per molti oncologi è dannoso e controproducente».

Andrew Villani

Ecco il racconto completo:

Era lunedì 16 luglio 2018. Nel fine settimana ero stato a Milano Marittima per un addio al celibato che avevo vissuto da sobrio e non per scelta. Dovevo farlo. Ogni lunedì è traumatico, ma questo lo sarebbe stato più di ogni altro e non per la nostalgia del mare. E dire che poteva lo stesso essere una giornata di gioia. Gioia e pianura padana, per la precisione Milano, in un torrido pomeriggio, sono due rette parallele, ma ricorreva il primo anniversario da una colectomia totale. Ci sarebbe stato da festeggiare, invece, per quel giorno, avevo programmata una risonanza magnetica alla testa al San Raffaele.

L’esame me lo aveva prenotato un caro amico medico, ma in ospedale mi ero recato da solo. Era una precisa scelta. Nella piccole gioie, ma anche nei possibili dolori, era una linea da seguire. Dovevo prima conoscere, comprendere ed elaborare per poi, forse, condividere. Terminato l’esame - traumautico se si soffre di claustrofobia – ricevetti una chiamata da un numero sconosciuto quando ero in attesa del bus: “É già andato via? Ci servirebbero delle immagini più nitide di una sezione. Stia sereno, tutto bene, però potrebbe tornare indietro?”.

Stia sereno, pronunciato alle otto di sera, da chi ti vuole riguardare dentro la testa, equivale a dieci minuti della tua ragazza che ti dice: “Ok, va bene. Fai come vuoi”. La fuga, siamo seri, è l’istinto naturale che ti pervade, ma alla fine riuscii a obbligare le mie gambe ad andare nella giusta direzione. I famosi cinque minuti divennero una mezz’ora. Uscito dall’ospedale, questa volta in via definitiva, arrivò un’altra chiamata. Raffaele, l’amico medico che lavorava nello stesso istituto, mi disse che aveva visto le immagini e che nel lato destro era presente una massa. La mia bocca emise un suono onomatopeico e poi cadde la linea. Ormai ero esausto. Come si toglie una massa dalla testa? Come fa a crescerti dentro? Si espande così, in maniera abusiva, senza pagare un affitto, e neppure te ne accorgi? Il peggior inquilino di sempre. Ero passato dall’assilliarmi con la domanda “Che ci faccio qui?” alla variante “Che ci fa lei qui?”. Prima non c’era e ora sì. Certe notizie credi sempre che tocchino gli altri.

La sola ricerca di un nome e cognome per questo ospite ha richiesto nove mesi, scanditi da esami diagnostici, visite specialistiche, valutazioni anatomopatologiche e chemioterapia. Nel nostro inconscio, pronunciare il termine cancro, genera la sensazione di una condanna,

come se il solo dirlo potesse contagiare. In tv, nei film, in radio, nei romanzi, sui social, nei racconti sentiti da chiunque, conoscenti parenti e amici che siano, emerge immediata l’idea del male incurabile. Superato questo primo approccio, subentra la narrazione militare: dovremo vestire i panni del soldato per combattere una guerra, fatta di molte battaglie, armandoci di coraggio da guerriero o da leonessa. In alternativa, ma anche volendo in combinazione, vi è pure la narrazione del dono. Insomma, conversare di cancro, oggi, fa paura ed è un tabù, avvolto da un certo alone di mistero e falsi miti, come ieri.

Il primo sbaglio è pensare di attraversare questa fase come un rapporto uno contro uno. Da una parte c’è la malattia, che è una, vero, ma dall’altra non c’è un singolo, bensì un nucleo composto dal paziente, dalla sua famiglia, dai suoi affetti e dal personale medico. Non si è soli ed è cruciale comprenderlo il prima possibile.

Non bisogna neppure cascare nella tentazione della ricerca di risposte, o peggio ancora soluzioni, da Dr.Google e lo scrive una persona che, in nove mesi composti da punti di domanda, non lo ha mai consultato. Lo so, lo so, un vero affronto. Colpa mia, lo ammetto. Ora siamo tutti, va bene facciamo molti, esperti in virologia e infettivologia, ma io scelsi di non prendere svariate specializzazioni last minute in medicina. Mi affidai al primario, seppur le sue prime parole furono: “É strano. Molto strano.” e le successive “Non ho mai visto nulla del genere”. Non pensai di saperne più di lui. Quando ho letto il referto di dodici ore di intervento, eseguito da un’équipe di dodici persone, ho cercato su google “petrosectomia”, il primo termine delle tre righe di dettaglio; mi è uscita solo per questo una spiegazione di 47 parole dal sito starbene.it. A posto così.

Prima di iniziare la chemioterapia, oltre alle ottime informazioni scientifiche ricevute, avrei voluto sapere come sarebbe stato vivere la quotidianità, le esperienze dirette lato paziente, tuttavia, mancano narrazioni valide di questo genere. Mi ritrovavo immerso nella mia mente in immagini fuorvianti: chi lo avrebbe mai detto che l’attività più intensa della somministrazione della chemio sarebbe stata pesare sacchetti di urina?

Mentre, dal lato delle parole, mi ritrovato circondato da vocaboli inutili quali battaglia, eroe, guerriero, leonessa, vittoria, sconfitta. Sono tutte cazzate, enormi cazzate, da debellare anch’esse come i tumori. Non vi sono vincenti e perdenti, vi sono vita e morte. Solo questo. Dentro o fuori. Chi non sopravvive è un perdente? Chi guarisce è un vincente? Un bambino,

che muore, ha fatto qualcosa in meno di qualcuno che vive? Ha avuto un desiderio o uno spirito inferiore? C’è qualcuno che crede che vi siano differenze?

La malattia non si sceglie, arriva. Anzi, spesso, te ne accorgi che era già li da tempo. Era parte di te, ma tu non ne eri consapevole. La malattia, qualunque essa sia, è un dono? Vi è mai capitato di sentire qualcuno dire: "Oggi vorrei proprio scoprire di avere un tumore?" Oh, incredibile, non avviene. No, dono, è un altro termine improprio. Meglio parlare di opportunità. Ok, quindi, è un'opportunità? Si e no. Può esserlo, ma non deve esserlo per forza. Dipende tutto da come affronti le situazioni. Credo che sorridere alla vita, anche quando vorresti fare l’opposto, non guasti mai. É la più grande lezione di vita, ma che divenne poi di morte, che ho appreso in adolescenza. Quindi un sorriso può curare? Si e no. É l’angolazione di partenza che è sbagliata. Un sorriso può far male? No. Non ti curerà, questo no, purtruppo, ma l’approccio e lo spirito, oltre che per te, hanno un peso enorme anche per il tuo nucleo. Loro, sì, potranno essere curati da questo gesto. Quindi devo sorridere per forza? No, come coi sorrisi di circostanza a lavoro, non devi. É un se puoi, se te la senti, fallo. Ognuno di noi è differente.

Un giorno ho capito che siamo come un chicco di mais. Lui, il chicco, non è conscio di poter evolvere in pop-corn, ha bisogno di una padella e di un fuoco, o se preferite di un microonde, per vivere questa trasformazione. Però, attenzione, non tutti ci riescono. Non è un percorso facile evolvere venendo buttati in una padella rovente, non vi pare? Alcuni restano così come erano, altri si bruciano. Non ci sono mai certezze. Vi sono opportunità e trame possibili. E va bene così perché, la verità, è che ci fa paura l'idea di scomparire, l'idea che tutto quello a cui ci si aggrappa, prima o poi, dovrà morire, però ci si può concentrare solo sul poi.





La scrittura come strumento terapeutico. Cosa gli ha insegnato tutto questo? «Innanzitutto, non è così raro avere un tumore raro (il 25% delle nuove diagnosi sono di rarità), ma questo è un altro discorso fatto di numeri e statistiche. Il primo episodio è relativo a un tumore genetico ereditario all’apparato gastrointestinale, monitorato dall’adolescenza e per cui ho sostenuto un intervento a luglio 2017, mentre il secondo riguarda un rabdomiosarcoma baso cranico. Per queste patologie sono seguito dall’Istituto Tumori di Milano, dal San Raffaele e dallo Cnao di Pavia. Per il resto, tra un esame e un consulto, lavoro in un fondo d’investimento nel settore fotovoltaico e porto avanti le mie passioni. A oggi, l’unica limitazione, è non poter più giocare a basket, ma per gli altri, dato l’assenza di talento e coordinazione, direi che è una fortuna».

Il Cnao di Pavia 18 marzo dalle 17 alle 18 farà una visita virtuale, aperta a chiunque, della loro struttura. Qua il link per registrarsi:
https://fondazionecnao.it/visite-guidate?fbclid=IwAR37i57oeS_9FDh4J6bSSrlUp7Vt8guljQGQ5sOQg2jROtbydq_8EWaxFn0

Il Centro Nazionale di Adroterapia Oncologica si trova a Pavia presso il policlinico San Matteo

«In istituto – prosegue – durante la chemio venni inserito in un progetto sperimentale di medicina narrativa. Non riuscii a scrivere neanche una parola. Ho iniziato dopo il primo intervento alla testa. Partecipando al premio ho pensato che avrei potuto donare a una persona, anche a una soltanto, qualcosa che mi era mancato di un argomento che è ancora tabù».



Un approfondimento sulle attività del Cnao

La notorietà mediatica.

Andrew Villani era diventato famoso nell’autunno 2020. Sul web imperversava il caso mediatico di Martina Luoni, giovane (e sfortunata) paziente oncologica. Lamentava che, per colpa dei pazienti Covid che intasavano le terapie intensive, ci rimettessero quelli come lei e che, oltretutto, fatto poi smentito, si era vista cancellare un intervento salvavita.

Martina Luoni

«Ne analizzai le affermazioni – spiega il vigevanese – che non mi tornavano. Anche io avevo un tumore nello stesso distretto del corpo. Trovavo labile il confine tra lo sfogo doveroso rivolto a chi non rispettava le disposizioni sanitarie, e la voglia di celebrità». Il messaggio di Villani su Facebook divenne popolarissimo: oltre alla ripresa del portale Facebook Butac - Bufale un tanto al chilo, è arrivata anche la collaborazione con Torino Medica, rivista dell’ordine dei medici piemontese, per il progetto “Oncologia contemporanea”. Vuole cambiare l’approccio.

«L’idea che molti hanno del malato oncologico e delle terapie, l’idea che avevo io stesso, è anacronistica. Il nostro immaginario è influenzato da scene, che non dico non siano state vere, ma lo erano venti, se non trenta anni fa. Questo è quello che ho compreso sia vivendolo in prima persona sia nei preziosi dialoghi coi volontari LILT presenti in reparto, persone che mettono la propria esperienza passata al servizio del presente. Nel frattempo, la medicina è andata avanti e lo ha fatto con la stessa rapidità, ad esempio, dei cellulari: negli anni ’90 erano delle cabine telefoniche e adesso sono dei computer che mettiamo nella tasca dei pantaloni. I farmaci chemioterapici e il loro dosaggio sono frutto di uno studio accurato della singola persona. Sono come un abito su misura. Ogni situazione è differente, e una risposta che può andar bene a me, può non essere su misura per un’altra, però le domande, queste sì, sono unisex e le conosco bene. Tutti crediamo che certe notizie tocchino sempre agli altri. Nel nostro inconscio, pronunciare il termine tumore (non uso "cancro" perché è antiquato), genera la sensazione di una condanna definitiva, come se il solo dirlo potesse contagiare. Il messaggio che posso dare è che non si è soli ed è cruciale comprenderlo il prima possibile. Non stiamo facendo un uno contro uno. Da una parte c’è la malattia, che è una, vero, ma dall’altra c’è un nucleo composto dal paziente, dalla sua famiglia, dai suoi affetti e dal personale medico».

Andrew Villani

Il Covid blocca davvero i pazienti oncologici?

«Posso permettermi di parlare con cognizione soltanto della mia esperienza diretta e, quindi, rispondo di no. Sono stato oggetto di una possibile recidiva, mentre vivevamo il picco della seconda ondata, e non ho mai avuto problemi coi controlli, anzi, nel mentre, vennero intensificati per un semestre. Questo, però, non vuol dire che tutto funzioni alla perfezione. Sono consapevole di essere stato fortunato a ritrovarmi sempre in contesti ospedalieri virtuosi, ma non sono purtroppo la regola. I continui tagli alla sanità comportano una carenza di strumenti e di personale e, di conseguenza, anche un minor tempo a disposizione da dedicare a ogni singolo malato, a prescindere dalla propria competenza e passione per la professione. Di certo, questo lungo periodo, oltre a non aver agevolato la serenità dei pazienti oncologici nell’accesso alle strutture e nell’esecuzione stessa delle terapie, ha portato in dote un problema ancora peggiore: la mancata attività di prevenzione, un danno enorme. Quanti non riceveranno una diagnosi? Quanti in ritardo? Per chi mi cura è la preoccupazione più grande, visto che la medicina è andata avanti rapidamente, coi farmaci chemioterapici e il loro dosaggio ormai calibrati sulla singola persona».

Andrew Villani è anche l'autore de "La maschera", un racconto a puntate pubblicato sulla sua pagina Facebook. Lo riproponiamo, in formato integrale.

Quando mi hanno selezionato per lo CNAO ho pensato che non vorrei mai entrare in un club che accetti tra i suoi iscritti un tipo come me, però, di centri come questo, ne esistono cinque al mondo. CNAO è l’acronimo di Centro Nazionale di Adroterapia Oncologica, che con l’ultima parola è chiaro il contesto, ma vi vedo con quella precedente domandarvi: “Adro cosa? Eh? Chi?”

 

È una radioterapia avanzata - per essere molto sintetici e poco tecnici - che viene utilizzata in una ristretta tipologia di casi e di parti del corpo. Anche nel leggere adroterapia, in automatico, si abbassa lo sguardo sconsolati, ma chi ha idea di come funzioni? Se non l’hai fatta in passato o conosci qualcuno che vi sia stato sottoposto, in realtà, è come la pizza con l’ananas. Oh, tutti a dire ammazza che schifo, ma, davvero, avete mai parlato con una persona che l’abbia assaggiata?

 

Comunque, superate le audizioni, dove purtroppo bastò inviare una cartella clinica al posto di prodursi in qualche esibizione dal vivo, feci il mio debutto in questa struttura a Pavia. All'ingresso è presente un plastico del loro sincrotrone. Un sincro cosa? Un acceleratore di particelle circolare e ciclico, in cui il campo magnetico e quello elettrico variabile sono sincronizzati con il fascio delle particelle stesse, risponde Wikipedia. Insomma, fa molto CERN di Ginevra, ma anche “Porta a Porta” perché, in Italia, se dici plastico pensi subito a Bruno Vespa. Nessun’altra connessione mentale è prevista dalla Costituzione. Gli otto tasti a disposizione permettono di illuminare le varie componenti della ricostruzione per mostrare agli accompagnatori, ma anche ai pazienti, perché no, come funziona lo CNAO. È un buon passatempo, difficile da riprendere in completa funzione perché servono quattro mani – nota che inserisco per eventuali influencer - ma io, in quella prima volta, ero impegnato a cercare di scrivere giusto sincrotrone per sapere da Google cosa fosse. A voi ho risparmiato la fatica, oltretutto a gratis.

 

Quando mi mostrarono un esempio delle loro maschere per il trattamento ero esaltato. Mi sembrava di trovarmi nel reparto effetti speciali di “Face/Off – Due facce di un assassino”, film di John Woo del 1997, in cui John Travolta e Nicolas Cage si scambiano la faccia. Ma non ero su un set e lo compresi presto. Finché ne vedi una già fatta è una figata, ma quando ti applicano uno strato di plastica preriscaldata sul viso, ancorando il tutto tramite un bite in bocca, la tua percezione cambia. Non so se vi abbiano mai inchiodato a una piastra gelida, mentre procedono con una modellazione di questo genere, ma non è così piacevole. Hai l’obbligo di restare fermo immobile e in rigoroso silenzio, tuttavia, vorresti fare l’opposto. Per aiutarmi mi spiegavano che quella era la parte più semplice del mio ciclo di terapie, però non ottennero l’effetto desiderato. Non era colpa loro, ma del mio io claustrofobico che si era manifestato: “Salve, stocazzo che passerò così i prossimi due mesi. È chiaro? Arrivederci!”. Ma restai in silenzio. No, sto mentendo, neppure in questa condizione lo feci. Anche con il bite in bocca, mi sforzai di pronunciare una parola: aiuto.

 

Alexandra, perché non ci interessiamo di chi ci assiste, ma è meglio scrivere un nome proprio che un generico la tecnica radiologa, riuscì a tranquillizzarmi. Dopo aver realizzato la maschera, si fa una breve pausa, prima di essere inseriti in un tubo bianco anche detto risonanza magnetica. Bisogna sottoporsi a questo esame, indossando la novità della stagione, per elaborare i parametri di riferimento per quando verrà utilizzata nelle sessioni di trattamento. Eh? Non abbiamo capito. Insomma, il raggio prodotto dal sincrotrone deve colpire sempre nello stesso punto e nello stesso modo, quindi, è necessario calibrarlo al micromillimetro.   

 

Come rivelato sono claustrofobico, almeno credo. Uso l'ascensore senza problemi, ma mi chiedo spesso: "E se, ora, si bloccasse?". Le risposte variano dal pratico “Speriamo di essere appena andati in bagno", alle domande esistenziali “Avrò del cibo con me? E, se sì, quanto?". La mia prima risonanza fu tragica. Nel tempo speso soltanto per ficcarmi dentro avrebbero potuto vedere un episodio intero di “Un Posto al Sole”, compreso di pubblicità. Nelle successive son migliorato salendo al livello di pessimo. Mettiamola così: di sicuro non sono un fan delle gabbie sul volto, ma le maschere inchiodate sono peggio. Molto peggio. Per sopravvivere alla mia ansia, tuttavia, ho imparato a concentrarmi sui rumori martellanti che produce il macchinario in funzione. Non sono sempre identici, non c'è un ordine metodico, o comunque non l'ho ancora ricostruito, però alcuni sono una presenza ciclica. Uno in particolare ha il ritmo di "Weapon of choice" di Fat Boy Slim e così, quando inizio a cantarmela in testa, la mia mente vaga e fluttuo come il protagonista del video di Spike Jonze. Sono il Christopher Walken delle risonanze testa collo, quante cose si scoprono durante un esame. Tutto questo, però, in quel frangente, non sarebbe servito a niente. Prima di rimettere la maschera, cominciai a fare delle domande a chi si trovava dall’altra parte del vetro.

 

“Ogni giorno la terapia sarà così?”

“No, non farai la risonanza. Serve oggi e basta. Dopo terrai la maschera per mezz’ora alla volta, ma sdraiato su un lettino rotante e non dentro a un tubo”.

“Non mi stai convincendo che sarà migliore”.

“Potrai avere della musica in sottofondo. Meglio?”.

“Ah sì? Ottimo! Non puoi metterla anche tu?”

“No, qua non possiamo, perché farebbe interferenza con la risonanza”.

“E quindi?”

“Ti potrei parlare, ma durante l’allineamento no”.

“No, ti prego, parlami di quello che vuoi. Pure del corso di zumba, ma parlami”.

“Non posso, mi dispiace. Devo restare concentrata su quello che sto facendo”.

“Allora abbiamo un problema”.

“Perché?”

“Perché io, a stare con la maschera, smatto. Anzi, me ne vado”.

“Ma non puoi. Dai che non te l’ho ancora rimessa. Devi restare qui, è per il tuo bene”.

“La storia del è per il tuo bene, non funzionava già da piccolo quando provavano a farmi sentire uno stronzo perché non mangiavo la verdura. I bambini in Africa muoiono di fame, mi dicevano. Ma è colpa mia se i cavoletti di Bruxelles fanno schifo? Per me potevano prenderli, impacchettarli, con tanto di piatto, e spedirli a loro che ne sarei stato felicissimo. Come facevano a essere certi che dall’altra parte li avrebbero voluti? Ok, quando hai fame divoreresti qualsiasi cosa, però tu sei lì che speri che arrivi del cibo e, da un aereo, scendono dei cavoletti di Bruxelles, ammesso li chiamino così anche loro. Io, fossi stato nella mia versione africana, li avrei mandati a fanculo”.

“Scusami, è andato via il collegamento. Ho sentito solo cavoletti di Bruxelles. Stai bene?”

 

Ma i cagacazzo – salve, eccomi qua – in qualche modo riescono sempre a spuntarla. Raggiungemmo l’accordo, per ragionevole disperazione, di far partire Spotify dal suo Iphone appoggiato sull’interfono.

 

“Siamo in ritardo. Scelgo io? Va bene tutto?”

“Sì, certo. Scusami ancora e grazie”.

 

Dopo dieci secondi di Jovanotti, con le palle che mi rotolavano via, ma impossibilitato ad andare a raccoglierle, pigiai il pulsante del campanello d’emergenza nella mia mano sinistra. Trovammo un punto d’incontro nel britpop.

 

L’ultimo step, terminate le procedure preliminari, era l’incontro col personale medico. La radioterapia con adroni permette di risparmiare i tessuti sani adiacenti alla malattia, e questo vantaggio mi era chiaro, ma non conoscevo ancora i possibili rischi. Nello studio medico, seduta di fronte a me, c’era una giovane dottoressa, alta, dal viso pallido, i capelli castani lisci raccolti in una coda e un paio di spessi occhiali neri. La fissavo per non perdermi nessuna parola. Dopo avermi aggiornato sugli esiti e sullo svolgimento delle 27 sedute di trattamento, passò all’elenco degli effetti collaterali. Questo frangente, visto dall’altra parte della barricata - anche se non esiste alcuna barricata perché si è una squadra unica allineata per lo stesso obiettivo - è il più delicato. Devono illustrarti ogni problematica che potrà verificarsi, anche la più remota. È la base su cui poggerà il rapporto di fiducia, oltre che lo strumento necessario per non essere impreparati e saper riconoscere i sintomi.

 

“Il primo possibile effetto legato al suo trattamento è il trisma”.

“Prisma?”

“No, non le verrà alcun prisma, ma il trisma che è una riduzione dell’apertura boccale”.

“Peggio di ora?”

“Sì, è possibile che diminuisca di qualche millimetro”.

“Eccellente”.

“Poi abbiamo le neuropatie tardive, che sono dei disturbi dei nervi periferici, e l’insorgenza di tumori radio-indotti”.

“In che senso? Non sono qua per curarmi?”

“Certo, l’obiettivo è quello, ma ogni trattamento può portare a nuove formazioni anche a distanza di 10 o 20 anni. È uno scenario remoto, ma deve saperlo”.

“Ah ok, capisco”.

“Inizio sempre dagli effetti peggiori”.

“Quindi abbiamo terminato con le cattive notizie?”

“Sì, mi sono rimaste mucosite, secchezza della bocca, dermatite da radiazioni che possono andare dalle infiammazioni alla depigmentazione”.

“Depigmentazione anche per uno che il sole lo schiva pure a Ferragosto?”

“No, ha ragione, nel suo caso no, però la parte destra del volto potrà presentare degli strati di pelle secca simili a delle squame”.

“Diventare un pesce mi sta bene”.

“Infine, l’alopecia”.

“I capelli migliori se ne sono andati via da un pezzo”.  

“Vuol dire che potrà avere una perdita permanente nella zona che circonda l’orecchio”.

“Vabbè, è un punto inutile”.

“E anche della basetta e della barba”.

“No, scusi, aspetti un attimo. COME ANCHE DELLA BARBA?”

“La terapia agisce sul volto, perciò, deve mettere in conto una perdita da quel lato”.

“E queste sarebbero le buone notizie?! Ma non poteva dirmelo subito?”

“Non pensavo che la barba fosse più importante delle altre informazioni”.

“Perché lei non passa il tempo ad accarezzarsi il mento con degli occhiali tartarugati sul naso. Come posso fare il finto intellettuale con la barba come le ascelle di Carlo Verdone in Viaggi di Nozze?”

“Non ho detto che non l’avrà mai più. Nell’immediato le cadrà, non può resistere alle radiazioni, ma potrà ricrescere a distanza di mesi, intera oppure a chiazze, come purtroppo non ripresentarsi”.

“Non c’è uno storico dell’evoluzione delle barbe dei pazienti da poter consultare?”

 

Mise l’indice davanti al naso e alla bocca, poi lo staccò da lì e lo fece ruotare con il resto della mano destra chiusa. Solo allora, ruotando anche la mia testa, mi accorsi del rivestimento cartonizzato delle pareti che mi circondavano e feci una domanda ancora più stupida: “Quindi in cura avete anche dei bambini?”

 

Arrivò il giorno della prima seduta. Non sapevo come sarebbe stata, non del tutto. Avrei indossato il calco di me stesso, sarebbe durata una mezz’ora in cui sarei dovuto restare immobile, e poi? Ok, erano elementi sufficienti per prendersi male. Il trattamento si sarebbe svolto ogni giorno, a eccezione dei fine settimana, anche in caso di tosse raffreddore o febbre inferiore ai 39°. Negli ultimi 15 anni non ho avuto la febbre, ma la tosse, in autunno, è un’inquilina fissa nel mio corpo. A ogni risveglio mi prendevo un cucchiaio preventivo di sciroppo di bava di lumache. Sì, lo so, starete pensato che schifo, però è buono. Non so come la raccolgano, non me ne sono mai interessato, forse esiste una persona addetta a inseguire delle lumache con una paletta, ma l’importante è il risultato. Le lumache avrebbero sistemato la tosse, gli anticorpi bloccato la febbre, ma l’ansia a chi l’avrei affidata? Questo è quello che una musica può fare: salvarti sull’orlo del precipizio.

 

Ma c’erano molte incognite. Con la maschera cosa sarei riuscito a sentire? L’impianto audio era valido? La riproduzione sarebbe partita sempre dall’inizio o avrebbero utilizzato la modalità shuffle? Perché se la sequenza dei brani diventa ciclica, io finisco per contarmi il tempo e se non ho terminato per quando previsto, comincio a farmi troppe domande. E, soprattutto, come le avrei scelte? Pare facile, però non lo è affatto. Ho subito escluso quelle troppo ritmate. Ci mancava solo che mi venisse voglia di ballare - non che io sia capace a farlo -, però, con ogni muscolo col diktat di stare fermo, anche un piede che prova a tenere il tempo è vietato. Altrettanto, scartai quelle lunghe. Se mi avessero stufato non avrei potuto cambiarle e chiederlo ai radiologi era fuori discussione. Per farlo mi sarei mosso e mi avrebbero mandato a fanculo - dentro di loro - dovendo ricominciare la seduta da capo. Forse i pezzi strumentali erano la soluzione? Zero parole, zero rischio di cantarci sopra, ma anche zero coinvolgimento. Radiotherapy instrumental vol.1 venne cestinata. Cosa avanzava? I brani sotto i quattro minuti, orecchiabili ma non ballabili, con testi conosciuti che mi facessero distrarre, ma senza sfociare nel karaoke.

 

Domandai a qualsiasi operatore a chi dovessi affidare la mia chiavetta usb. Teresa, la prima mal capitata incaricata di assistermi in sala, mi disse che non potevano più caricarle perché avrei dovute darle prima. Siccome son previdente, vediamola così, oltre a una chiavetta di back-up, le avevo scaricate tutte anche nell’app di Spotify, così da poterle riprodurre pure in una stanza dove non ci sarebbe stato campo. Oh, si chiama radioterapia, quindi pretendo che ci sia la mia playlist, altrimenti si sarebbe chiamata silenzioterapia. Andrew 1, Cnao 0. 

 

Mi piacerebbe scrivere che andò tutto bene, che indossai la maschera in un attimo, ma non sarebbe la verità. Dopo svariati tentativi lunghi più della seduta stessa, coi sensi di colpa che crescevano a dismisura sia per la pazienza di cui stavo abusando sia per la coda che stavo creando, riuscii a metterla su con grande virilità col piccolo accorgimento della presenza di Vincenzo, l’infermiere di turno, che mi stringeva una mano. Dalla seconda volta non fu più necessario. Forse. Vabbè, dalla terza di sicuro. 

 

Come funziona una seduta? La prima fase consiste nella verifica della corrispondenza dei segni di riferimento, ossia delle sfere applicate sulla maschera. Tramite le telecamere poste sopra il lettino si acquisiscono le immagini per confrontare la posizione del paziente con quella della tac di simulazione. Si ricerca una precisione in decimi di millimetro ed è la parte più lunga. Poi il lettino ruota allineando la zona da curare con l’uscita del raggio. Vengono eseguiti due irraggiamenti, a intervalli di circa cinque minuti, il cui l'avvio viene annunciato al paziente dall’interfono. 

 

I primi versi dopo quel messaggio furono “Ciao ciao belle tettine”, che è un bel modo di cominciare, direi Freak al punto giusto. E così, quello che non pensavo di portare a termine, divenne una routine. Ogni giorno andavo a Pavia - percorrendo delle strade che nulla avevano da invidiare a Baghdad -, entravo allo Cnao, scendevo al piano inferiore e aspettavo il segnale. Quando il codice A190737 lampeggiava sullo schermo era il momento di entrare in scena. Lasciavo la sala d’attesa, aprivo l’armadietto, riponevo lo zaino, toglievo giubbotto maglione e cintura e svuotavo le tasche dei pantaloni. Facevo un ultimo passaggio in bagno, che non si sa mai, ma tanto, lo sapevo già, ci sarei ritornato qualche istante prima di varcare la soglia della sala di trattamento. Hai dato tutto? Daje, spingi, che se ti scappa durante è la fine. Ti viene da grattarti? Pure quello, ora o mai più. Hai sete? No, ma bevi comunque dal rubinetto del lavandino perché, se ti si secca la gola, non proverai a deglutire preso male tra maschera e bite. Oh, solo un piccolo sorso, che non puoi rischiare altro.

 

Ci sono stati anche momenti di panico – chi lo avrebbe mai detto – tra delle sedute durate più del previsto e un paio prive di musica causa disguidi tecnici. Sono persino sopravvissuto a una in cui per errore – oppure per una tortura voluta, non ho indagato – mi misero solo canzoni latinoamericane. Questo non era affatto per il mio bene, ma sono ancora qua seppur io non sia più la stessa persona. Ma può sempre andarci peggio. Di solito, per quanto gli appuntamenti venissero fissati giorno per giorno, chi mi precedeva e chi veniva dopo di me erano le stesse persone. La terapia del paziente precedente mirava al culo. Al suo posto, tra un prot e l’altro, sarei ancora là. 

 

Gli effetti collaterali ci sono stati, ma contenuti. Nelle sedute non ti accorgi di nulla, non percepisci davvero niente, ma, per fortuna, la guancia destra si gonfiò come quella di un criceto mentre mangia, le parti colpite di barba e capelli salutarono presto e perdevo anche pezzi di pelle in giro. Senza tutto questo sarei sembrato sano, questa è la grande sfiga di avere problemi in testa. Hai voglia a farti cedere il posto su treni e bus, a saltare la fila al supermercato e ottenere frittini omaggio.

 

In principio avevo pensato di tenere un racconto per immagini. Volevo pubblicare una foto al giorno, con una maglietta sempre diversa, e una spiritosa didascalia. Tuttavia, per avere uno scatto anche di sé stessi, bisognava firmare una liberatoria e delegare l’attività ad altri. Non mi son sentito di chiedere ai tecnici radiologi, già sovraccaricati dalle funzioni extra di psicologi e dj set, di trasformarsi anche in Cartier-Bresson. Un vero peccato. Vi siete persi frasi come: “Quando ti chiamano per fare la radio, ma c’è una incomprensione e non vogliono che tu faccia il dj”. Se ripenso a quei mesi non so come io sia riuscito a gestirli. Me lo sono chiesto, ma non ho una risposta pratica. Non è importante. Non credo che, se ve ne fosse la necessità, sarei in grado di rifarlo, tuttavia, era la stessa cosa che mi dicevo all'inizio. Forse è come con il dolore: non sei preparato né al suo arrivo né alla sua partenza, ma riuscirai ad attraversarlo e spesso senza memoria, almeno funziona così con me.

 

Indossare la maschera è stato come allenarsi coi pesi alle caviglie, non che mi sia mai capitato, non dico di farlo così, ma di allenarmi e basta, però, alla prima risonanza dopo questa esperienza, volavo. Ho chiesto di poterla portare a casa, ma per via delle radiazioni, non era possibile da subito e neppure è stata interpretata come una richiesta normale. Da procedura vengono conservate per tre mesi e, una volta svanita la carica, smaltite.

 

“Perché vuole la sua?”

“Vorrei tenerla come ricordo per arredarci casa”.

“Scusi, e dove la metterebbe? Appesa in sala?”

“Non ci ho pensato. Credo in sgabuzzino”.

“Non mi sembra un gran designer d’interni”.

“Sa che ho sempre pensato di essere portato per quel lavoro, ma lo dicevo anche dell’essere un giocatore di hockey su ghiaccio se fossi nato in Canada. Poi, la prima volta che ho messo piede in pista, son finito gambe all’aria in meno di una frazione di secondo”.

“Ci vediamo al prossimo controllo. Arrivederci”.

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