festival di sanremo

È di Vito il record, autore di 116 canzoni all’Ariston

Suoi compagni di viaggio erano Pino Massara, Carlo Alberto Rossi, Mogol, Celentano, Al Bano Carrisi, Toto Cutugno, Pino Donaggio, Paolo e Giorgio Conte

31 Gennaio 2020 - 18:47

È di Vito il record, autore di 116 canzoni all’Ariston

La leggenda narra che il primo testo di una canzone scritta da Vito Pallavicini fu abbozzato su un tovagliolo di carta del ristorante Grissino a Vigevano. Quella lontana sera del 1959, Vito con il suo inseparabile amico musicista vigevanese Pino Massara e un ristretto gruppo di amici, festeggia il suo trentacinquesimo compleanno. Nasce in tre minuti il testo di “Amorevole”. Parole di Vito Pallavicini, musica di Pino Massara.

La canzone, cantata da Nicola Arigliano, fa il botto. A pochi giorni dalla nascita di “Amorevole”, il Vito, in preda a una vena creativa inarrestabile, ne scrive altre due: “Ghiaccio bollente" e “Por dos besos”. E' l’inizio di una carriera di successi che per “Il Vito di Vigevano” sembra non conoscere ostacoli. Vito scrive i testi delle “Mille blu”, portata al successo da Mina, e la canzone “Io che non vivo senza te”, testo di Pallavicini, musiche di Pino Donaggio. “Io che non vivo” fu incisa da Elvis Presley. Furono 33 milioni i dischi venduti solo negli Stati Uniti. Pallavicini, in breve tempo, diventa un autore di successo internazionale. Suoi compagni di viaggio, per i quali Vito scriveva i testi per le loro musiche, erano Pino Massara, Carlo Alberto Rossi, Mogol, Celentano, Al Bano Carrisi, Toto Cutugno, Pino Donaggio, Paolo e Giorgio Conte e altri giovani musicisti.
Vito, nonostante il successo e i suoi continui viaggi di lavoro all’estero, era fiero di essere rimasto un inguaribile provinciale. Per la sua “Avgevan”, aveva sentimenti di un amore sconfinato. Quasi fisico. I suoi concittadini e le istituzioni culturali e politiche di Vigevano lo ricambiavano con una spocchiosa indifferenza, nonostante il loro concittadino fosse l’autore di migliaia di canzoni che hanno fatto la storia della musica leggera italiana del secolo scorso. Canzoni gettonate anche all’estero che hanno scandito le giornate di intere generazioni di appassionati. “Evvepi”, come si firmava il giornalista Vito Pallavicini nei suoi famosi “quadretti” che scriveva per l’Informatore Vigevanese, il settimanale fondato nel 1946 e diretto dall’industriale Carlo Natale (padre dell’attuale editrice dell’Informatore, Margherita) è stato il più prolifico autore nella storia mondiale della musica, cosiddetta, “leggera”. Per la cronaca, in redazione, nei primi anni dell’Informatore Vigevanese c’era anche Cesare Vietti, il “cronista gentiluomo”, che per oltre mezzo secolo ha raccontato Vigevano con i suoi vizi e le sue virtù.
Ma torniamo alla musica. Pallavicini detiene il record di 116 canzoni presentate in un Festival di Sanremo da un autore. Nei Festival sanremesi del 1965/66 Pallavicini era presente con ben 14 brani, mantenendo sempre un’alta qualità tematica e creativa. Poi accadde... Accadde che nel 1968, più di mezzo secolo fa, mentre sui Champs Elysèe sfilavano gli studenti parigini che rivendicavano giustizia sociale, diritto allo studio e fantasia al potere, in Italia un avvocato di Asti (Paolo Conte) e Vito Pallavicini di Vigevano consegnano alla storia (quella musicale) una “marcetta” incisa da Adriano Celentano:
Azzurro”. In poche settimane il 45 giri scala le vette della hit parade. Un testo che nulla aveva a che fare con i venti di protesta sociale che si vivevano lungo le strade d’Europa e oltre Atlantico. Gino Castaldo, scrittore e critico musicale del giornale la Repubblica, nel suo libro “ Il romanzo della canzone italiana”, afferma che “Azzurro” è stata la canzone perfetta. “Quelle parole di Vito, quella melodia, unite alla voce di Adriano Celentano, stabilì una volta e per sempre il primato di viaggiare oltre la fantasia”. Una canzone, quella scritta da Pallavicini e musicata da Paolo Conte e Michele Virano, che rimarrà scolpita nell’immaginario della canzone italiana per non lasciarci più. “Azzurro” non è una canzone, ma è a suo modo una sorta di romanzo malinconico e nello stesso tempo fantastico surreale. Un viaggio immaginario, tra “sogni d’Africa in giardino treni che all’incontrario vanno e neanche un prete per chiacchierare”.
Grazie Vito per averci regalato “Azzurro” che, con “O sole mio” e “Volare”, è il brano italiano più conosciuto al mondo. Nessun ringraziamento, invece, all’avvocato Paolo Conte (autore delle musiche in collaborazione con Michele Virano) che non perde occasione, quando parla di “Azzurro”, di dimenticare sistematicamente il nome di chi ha scritto il testo. Avvocato Conte, chi scrive queste note è un suo grande estimatore da più di mezzo secolo, ma le ricordo umilmente che l’autore delle parole di “Azzurro” è il suo socio di tantissimi testi griffati “C&P” e si chiamava Vito Pallavicini. Se ne faccia una ragione. Mi auguro almeno che lei ricordi quando assieme a suo fratello Giorgio, con il quale Vito scrisse il bellissimo e surreale testo di “Messico e nuvole” portato al successo da Enzo Jannacci, raggiungeva Vigevano a bordo della sua fuoriserie per recarsi a casa di Vito, dove ad attendervi vi era una fumante “cassoeula” preparata dalla padrona di casa: la bellissima Nanda, la signora dagli occhi verdi, moglie di Vito.

Ma che padre e che marito è stato il “genio” della parola Vito Pallavicini. Parla Marina, sua figlia, “La mia bella “Marinin”, come lui la chiamava. Una volta le disse che se fossi nata maschio l’avrebbe chiamata “Esercito”.
Marina, la ragazza dagli occhi turchese, ricorda che vivere con un artista, un poeta ingombrante com’era suo padre non è stato facile per nessuno, nemmeno per sua madre Nanda. «Per lui - racconta Marina - esisteva solo la musica. Quando creava, in casa vi era una sorta di coprifuoco». Anche il suo adorato cagnolino Bambi doveva adeguarsi a quella sorta di silenzio monastico. Se Bambi, un barboncino delizioso, abbaiava durante le sue composizioni, Vito gridava: «Fi sta citu cul rimbambì ». Bambi diventava “Ribambì”. «Il papà che ho imparato ad amare - continua Marina - è stato l’anno che la grave malattia e “il viale del tramonto artistico”, bussarono alla sua porta. “Vedrai, Marinin, mi disse mio padre nei suoi ultimi giorni di vita, quando non ci sarò più mi dedicheranno una via. In periferia, però, magari vicino al supermarket Esselunga». Sono trascorsi 13 anni dalla sua scomparsa e il “Poeta tra le note” è stato dimenticato da tutti: concittadini e istituzioni culturali. La Città Ducale possiede un talento speciale: ignorare i suoi figli più illustri. E' accaduto con Lucio Mastronardi, con Pallavicini e buon ultimo con lo scrittore ed editore Franco Fava, l’intellettuale visionario che immaginava Vigevano come una “città da sfogliare”. Naturalmente, della “via promessa” dedicata a Pallavicini a 13 anni dalla sua scomparsa, nemmeno l’ombra.
Il 16 agosto del 2007, alle cinque della sera, come nelle poesie di Garcia Lorca, “Evvepi” mette in scarsella i versi di una sua canzone dove “Si muore un po’ per poter vivere” e toglie il disturbo.

P.S.: Vigevano si è candidata a Capitale della cultura italiana per il 2021. Bene. Un bravo agli attuali amministratori. Volare alto è un diritto. Valorizzare la propria città è un dovere. Vorrei “regalare” un’idea al comitato promotore. Suggerisco, come colonna sonora nel videoclip promozionale della Città di Ludovico il Moro candidata a città della cultura italiana, di mettere “Azzurro”. Mi raccomando: nei titoli di coda non “dimenticate” di scrivere che il testo della canzone è del Poeta tra le note: il “Vito di Vigevano”.

@ Sergio Calabrese

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Annalisa Vella

Annalisa Vella

Tra due Margherite speciali, ci sono io. Classe 1970, dopo la laurea in Giurisprudenza la pratica all'Informatore per le pagine di territorio, attualità e tempo libero. Giornalista pubblicista, nel 2012 la nomina a vice direttore. Una breve parentesi come consigliere comunale d'opposizione a Vigevano dal 2005 al 2010. Amo cani e gatti che però tra loro... si detestano. Dirimo quotidianamente liti tra pelosi.

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