rassegna letteraria a gambolò

L’arte della traduzione a quattro mani

Anna Maria Biavasco e Valentina Guani ospiti venerdì sera nel salone Litta.

Ilaria Dainesi

11 Novembre 2021 - 20:44

L’arte della traduzione a quattro mani

Annamaria Biavasco e Valentina Guani hanno tradotto oltre 200 libri

Hanno tradotto autori cult come Patricia Cornwell, Dan Brown, James Patterson, John Grisham e Margaret Mitchell. Anna Maria Biavasco e Valentina Guani saranno le super ospiti protagoniste domani sera (venerdì), alle ore 21, della rassegna letteraria organizzata dal comune di Gambolò nel salone Litta del Castello.

Come siete diventate traduttrici?
Entrambe avevamo fin dall’infanzia la passione della lettura e delle lingue straniere, e dopo il liceo classico ci siamo iscritte a Lingue – Annamaria ha studiato inglese e russo a Genova e Valentina inglese e francese a Firenze. Ci siamo conosciute alla fine degli anni Ottanta. Traducevamo testi tecnici e commerciali e sognavamo il salto verso la traduzione editoriale. Abbiamo incominciato a chiedere una prova di traduzione a vari editori e abbiamo ottenuto sia romanzi sia saggi. In quel periodo le traduzioni a quattro mani erano abbastanza rare e venivano guardate con sospetto. Si ricorreva a due traduttori principalmente nei saggi molto tecnici, dove uno conosceva la lingua ma non l’argomento e l’altro era un esperto della materia senza le conoscenze linguistiche necessarie per svolgere la traduzione in autonomia. Noi, invece, siamo sempre state assolutamente complementari.

Di Dan Brown hanno tradotto i romanzi "Angeli e demoni", "Il simbolo perduto" e la sceneggiatura illustrata di "Il codice da Vinci".


L’autore più impegnativo con il quale vi siete cimentate?
Diciamo sempre che la traduzione più impegnativa della nostra carriera è quella cui stiamo lavorando in quel momento, perché ogni testo ha le sue difficoltà e non esistono libri “facili”. Oggi, però, è particolarmente vero, perché stiamo traducendo un romanzo visionario di un autore che abbiamo già affrontato una decina di anni fa e che richiede acrobazie linguistiche complicate ma molto divertenti. Si tratta di Nick Harkaway, il figlio di John Le Carré. All’epoca, per ironia della sorte, quasi contemporaneamente al suo “Il mondo dopo la fine del mondo” abbiamo tradotto anche “Yssa il buono di suo padre”. Non potrebbero avere stili più diversi!

Anna Maria Biavasco e Valentina Guani stanno traducendo un romanzo dello scrittore britannico Nick Harkaway


Il libro, o l’autore, che vi piacerebbe tradurre?
Leggiamo molto e gli autori che ci piacciono sono tanti. Forse l’autrice che più ci è dispiaciuto “perdere per strada” è Joyce Carol Oates, di cui abbiamo tradotto tre o quattro romanzi e che abbiamo anche conosciuto di persona. Ma l’editoria è così, e lavorando per tante redazioni inevitabilmente prima o poi capita di dover rifiutare un lavoro e a volte è difficile recuperare.


Insieme avete tradotto moltissimi libri. Tra questi anche un grande classico come “Via col vento”. Come funziona una traduzione a quattro mani?
Tradurre a quattro mani vuol dire “perdere” un sacco di tempo a discutere interpretazioni e scelte traduttive, e quindi acquisire consapevolezza del fatto che la traduzione non è mai “una, bella e fedele”, ma un equilibrio di significati, emozioni, ritmo, eccetera. “Dire quasi la stessa cosa” è il titolo più bello che Umberto Eco potesse dare al suo saggio sulla traduzione: in quel “quasi” è riassunto il lavoro del traduttore. Uno dei vantaggi di essere in due è che si lavora più velocemente, e questo è importante soprattutto quando i tempi sono stretti o il libro è particolarmente lungo, come nel caso di “Via col vento”.

la traduzione non è mai “una, bella e fedele”

Ma anche la qualità del lavoro ne beneficia, perché ognuna delle due coglie aspetti diversi del testo e questo ci porta ad avere una visione più stratificata della trama e delle scelte stilistiche dell’autore, a mantenere uno spirito critico e a essere ancora più consapevoli delle soluzioni che adottiamo. Nella pratica, dividiamo il lavoro a metà e rivediamo ciascuna la metà dell’altra per poi rileggere e correggere, limare, perfezionare insieme tutto il testo varie volte. Seguiamo le ripartizioni del libro, per parti e/o capitoli, ma ci è capitato anche di dividere per “voci” in romanzi dove la vicenda avanza su diversi piani temporali, o è narrata dal punto di vista di più personaggi in parallelo. All’inizio avevamo il timore che la mano diversa si sentisse, ma a furia di discutere scelte, strategie, approcci stilistici, siamo diventate un “mostro a due teste”, “due cervelli che insieme ne fanno uno” e ormai ci capita di non riconoscere più chi ha scritto che cosa.

L'ultima traduzione di "Via col vento" di Margaret Mitchell


Che consiglio potete dar a un aspirante traduttore?
Tradurre è una passione, come scrivere. E le passioni vanno perseguite, perché altrimenti qual è il senso della vita? Però… Noi, in trenta e passa anni, abbiamo tradotto circa duecento libri con grande soddisfazione intellettuale, ma scarsa soddisfazione economica. Se l’aspirante traduttore, oltre che i libri, ama anche comodità e lussi, si dimentichi la traduzione letteraria. Non a caso il romanzo ampiamente autobiografico di Luciano Bianciardi, intellettuale e traduttore, è intitolato “La vita agra”. L’editoria paga poco, e da qualche anno a questa parte paga sempre meno. Il traduttore editoriale non ha ferie e malattia pagate e non va in pensione. Già: non esiste uno schema pensionistico per chi traduce libri. I traduttori tecnici con regime Iva possono andare in pensione come liberi professionisti, ma diritti d’autore e opere d’ingegno in Italia sono davvero bistrattati. Esiste da qualche anno un sindacato tutto per loro, che si chiama Strade, e speriamo che i futuri traduttori editoriali siano più tutelati di noi. Attualmente, conviene avere un secondo lavoro: Valentina fa l’interprete di simultanea e consecutiva, Annamaria ha insegnato per molti anni e adesso lavora part-time per il ministero della Difesa.

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