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Festival di Sanremo: i flop più belli della storia

Canzoni meravigliose che non hanno vinto, ma hanno fatto la storia della musica italiana

Davide Maniaci

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dade.x@hotmail.it

31 Gennaio 2022 - 10:04

Quando il Festival mente: la playlist dei flop più belli

I favoriti di quest'anno, dati dei bookmakers alla mano, sono Mahmood ed Elisa, entrambi già trionfatori in passato. Domani sera inizia la kermesse, per la settantaduesima volta. Molti lo odiano, tutti lo guardano. Ma il Festival di Sanremo può essere un arma a doppio taglio: alcuni vincitori spariscono poi in fretta (dove sono i Jalisse, Annalisa Minetti, Giò Di Tonno, Valerio Scanu?), altri arrivano ultimi o quasi e poi quel flop diventa il trampolino di una carriera luminosa. Gli esempi classici sono due: Vita spericolata di Vasco Rossi arrivata penultima a Sanremo 1983 (appena sopra Pupo, vinse Tiziana Rivale) e Zucchero, due anni dopo, nella stessa posizione. La canzone era Donne. Eppure tutti sanno come è andata a finire.

Questa è una playlist alternativa. Canzoni belle ma classificatesi nei bassifondi, sia preludio a una carriera sia gemme solitarie. Perché Sanremo è Sanremo, e lo è anche quando un brano non viene compreso subito.

 

 

 

1995 - TOTO CUTUGNO - Voglio andare a vivere in campagna (17° posto)

Un po' Gypsy Kings, un po' country "de noantri", Cutugno fa flop con uno dei suoi brani più iconici: da "L'italiano" erano passati solo 12 anni, ma sembra un secolo. Canzone obiettivamente trascinante, con quei controcanti forse buffi, ma che dettano il ritmo. Tutti la ricordano, tutti la canticchiano, gli altri mentono. Eppure non venne capita: forse perché suonava "troppo" Gypsy Kings...




Nel video c'è l'esibizione originale, dove Toto stecca l'attacco.

 


1996 - FEDERICO SALVATORE - Sulla porta (13° posto)

Cantautore napoletano imprevedibile, talentuoso, impegnato. Qui affronta il tema dell'omosessualità, del coming out di un figlio nei confronti della madre. Un brano teso, anticonvenzionale, ben scritto, sofferto, dolente, col ritornello di due sole parole. Forse per il pubblico perbenista dell'Ariston era troppo presto.

 

 


1997 - PATTY PRAVO - ... E dimmi che non vuoi morire (8° posto)

Forse uno dei Festival migliori, come qualità media, ma vinto dai Jalisse. Avrebbero fatto epoca anche loro, in qualche modo, proprio per quel primo posto improbabile. Uno dei più bei brani del pop italiano di sempre come eleganza e atmosfera, scritto da Vasco Rossi e Gaetano Curreri (pesi massimi), arriva invece incomprensibilmente ottavo, ma è invecchiato molto meglio delle varie Syria o Silvia Salemi classificatesi davanti.

 


 


1997 - PITURA FRESKA - Papa nero (16° posto)

Lo ska a Sanremo? Forse non era il caso. Eppure questo complesso di otto musicisti destava simpatia immediata e aveva un suo senso. Testo in veneziano, apparentemente buffo ma in realtà serissimo: dopo la Miss Italia di colore (Denny Méndez), sarebbe stato eletto anche "un pontefice nero"? Inno all'accettazione universale che ancora si fa fischiettare.

 

 


1998 - NICCOLO FABI - Lasciarsi un giorno a Roma (8° posto)

Una buonissima carriera da cantautore mai ruffiano iniziata forse col brano più bello, ballata nostalgicissima che non a caso anni dopo sarebbe diventata la sigla di chiusura di un film che ha preso lo stesso titolo. Tutta la sconfitta di chi, 25 anni fa, cercava di dimenticare il proprio amore camminando sotto la pioggia.

 

 


1999 - DANIELE SILVESTRI - Aria (9° posto)

Facile sbancare le radio e le vendite coi ritornelli come "Salirò" (ancorché validi). Un giovane Silvestri qui invece ci prova con un brano quasi senza ritornello, una follia all'Ariston: la storia di un ergastolano da sentire senza pause, col fiato sospeso.

 

 


1999 - NADA - Guardami negli occhi (10° posto)

Uno dei pochissimi esempi di una carriera musicale molto più interessante a 50 anni che a 20. Nada si ripresenta nella veste vincente di cantautrice matura. Atmosfere sconsolate, solitarie, consapevoli. Una coda strumentale che, scandita dalla voce, fa sentire davvero "le lacrime".

 


 


2000 - SAMUELE BERSANI - Replay (5° posto)

Uno dei pezzi più belli mai passati da Sanremo arriva quinto: non così male in senso assoluto come posizionamento, male se si pensa che Replay, così come un altro paio di brani di Bersani, è l'inno di una generazione di perdenti silenziosi. Quelli, non a caso, interpretati da Aldo Giovanni e Giacomo in un capolavoro come "Chiedimi se sono felice", del quale è la colonna sonora.

 

 


2000 - SUBSONICA - Tutti i miei sbagli (12° posto)

Un altro azzardo è il pop elettronico a Sanremo, quello per danzare quando non si è così truzzi da volere gli Eiffel 65. Il brano passò assolutamente inosservato per poi diventare, insieme al lancio dei Subsonica verso il grande pubblico, un appuntamento fisso - anche vent'anni dopo - delle radio.

 

 


2001 - QUINTORIGO - Bentivoglio Angelina (15° posto)

Forse è stato l'unico Festival in cui le canzoni più belle sono state le prime due e le ultime due. Mettere i Quintorigo in un contesto come l'Ariston sarebbe come far giocare Marco Van Basten all'oratorio contro i bambini. Loro, uno dei complessi più forbiti della loro generazione, jazzisti puri con la voce spericolata di John De Leo, non si smentiscono con una composizione che è creatività pura ma che nel tempio della melodia conservatrice non avrebbe potuto funzionare.

 


 


2001 - BLUVERTIGO - L'assenzio (16° e ultimo posto)

Lasciamo perdere come è andata avanti la carriera di Morgan. Qui, al massimo della forma, lui e la band propongono un pop danzereccio impeccabile con anche virtuosismi strumentali: Morgan inizia al piano elettrico, ma poi imbraccia il basso. Dietro, per tre secondi, il silenzio assoluto.

 

 


2002 - TIMORIA - Casa mia (20° e ultimo posto)

Il gruppo bresciano orfano di Renga ci prova con l'altro leader, Omar Pedrini, alla voce. Il risultato è la ballata rock nostalgica che si fa sentire con piacere. Forse non meritava la vittoria, ma l'ultimo posto è assolutamente ingeneroso.


 


2003 - GIUNI RUSSO - Morirò d'amore (7° posto)

Il canto del cigno di una bellissima carriera, passata tra ritornelli pop e sperimentazione pura. Giuni Russo torna al Festival dopo 35 anni d'assenza con un brano ripescato da un vecchio provino e (addirittura) già bocciato due volte all'Ariston. Da lacrime vere, anche col senno di poi: Giuni Russo sarebbe morta di tumore un anno e mezzo dopo.




 


2003 - NEGRITA - Tonight (18° posto)

Forse è "troppo simile" ad Elevation degli U2, e la cosa non avrà aiutato nello scalare la classifica per il "premio simpatia". Ma rimane uno dei brani rock più tirati non solo della carriera del gruppo toscano, ma del Festival tutto.

 

 


2004 - NEFFA - Le ore piccole (9° posto)

Neffa, ammazzato dalla critica ma in realtà uno dei pochi innovatori della canzone italiana negli ultimi 30 anni, da cui prende ormai ispirazione (male) mezzo Sanremo, arriva nell'edizione più contestata di sempre per via del boicottaggio dei vip con un brano magistrale. Swing "da ore piccole", appunto, col crooner che suona il piano all'angolo, nella penombra, con l'odore del fumo del sigaro, del whisky, delle ultime stecche. Mestiere puro, ma averne.

 


 


2005 - NICOLA ARIGLIANO - Colpevole (non classificato, eliminato nella serata del giovedì)

Il vecchio leone torna e insegna a tutti come si fa. Arigliano, a 81 anni tuttora il più anziano concorrente di sempre, è stato uno dei più grandi cantanti jazz italiani, dalla vita e dalla carriera travagliata. E così, a ritmo quasi di tango, con la voce rotta, Nicola spara un ritornello swing memorabile appena prima di vedersi negata la partecipazione alla finalissima per un sistema farraginoso di votazione, poi abbandonato.



 


2008 - TRICARICO - Vita tranquilla (16° posto)

La nemesi, una volta per tutte, di "Vita spericolata" e dell'edonismo degli anni Ottanta. Un anti-inno da parte di un anti-eroe che urla disperato, quasi stonato, il suo bisogno di normalità dopo l'infanzia sballottata e poco serena. Lo sfogo, una volta per tutte, di chi ha fatto della solitudine e dell'incomunicabilità uno stile di vita.

 

 


2009 - AFTERHOURS - Il paese è reale (non classificato, eliminato nella serata del martedì)

Ok, dice "merda" nel testo. Ma è un dettaglio. Gli Aftherhours a Sanremo forse ci volevano prima, negli anni '90, quando davvero (almeno nella scena italiana) la loro era una musica avanti, come testi e composizione. Qui, con un brano di maniera, riescono comunque ad essere tra i migliori e a scandalizzare. Ma forse il testo vagamente politico era tanto "facile" per loro quanto criticabile.

 


2011 - LA CRUS - Io confesso (6° posto)

Chi li conosce? Eppure hanno lanciato, nella scena alternativa italiana, alcuni tra i più bei brani pop degli anni '90 e la voce di Mauro Ermanno Giovanardi resta per questo un'icona. Il duo si riunisce per l'occasione e punta sul ritornello melodico e sul testo struggente. Classe da vendere.


 

 


2013 - SIMONA MOLINARI & PETER CINCOTTI - La felicità (13° posto)

Anche qui lo swing, amore e odio dell'Ariston, con un duo formato ad hoc i cui cognomi, affiancati, sembrerebbero un drink appena creato in un bar di New York. Classe, stile, spigliatezza. Un brano da ascoltare a ripetizione, che non stanca.


 


2017 - PAOLA TURCI - Fatti bella per te (5° posto)

Non un flop, in senso assoluto, vista la classifica ma brano dimenticato che aveva all'inizio entusiasmato la critica. Composizione originale: parte già "sparata" e non in crescendo come accade quasi sempre a Sanremo, ritornello che rimane in testa, testo "femminista" ma nel senso buono.

 

 


2018 - DIODATO & ROY PACI - Adesso (8° posto)

Diodato due anni dopo avrebbe vinto Sanremo, ma con un brano molto peggiore. Questa è una gemma autentica. Lo stile è il solito: parte piano, va avanti forte. Ma i fiati alla Bregović di Paci rendono "bellissimo" il bello e la coda è splendida, struggente, forse anche originale.

 

 


2018 - DECIBEL - Lettera dal Duca (16° posto)

Un'altra reunion storica di uno dei primissimi gruppi punk italiani, ancorché sempre di compromesso. Enrico Ruggeri e gli altri fanno quello che sanno fare meglio: new wave elegante con quella inconfondibile voce baritonale. Un omaggio a Bowie scomparso da poco affatto malvagio, di questi sessantenni in giacca e cravatta mai usciti realmente vivi dagli anni Ottanta.

 

 


2019 - ACHILLE LAURO - Rolls royce (9° posto)

Il "caso" per eccellenza di un personaggio che magari all'estero passerebbe inosservato, ma in Italia (e a Sanremo figuriamoci) riesce a scandalizzare. Stonato come una campana, su una base Smashing Pumpkins, con un testo che spara senza soluzione di continuità i cliché triti e ritriti del rock, il suo ritornello languido è rimasto una delle poche vere novità uscite fuori dall'Ariston negli ultimi anni, pur senza avere niente di originale.



 


2020 - RAPHAEL GUALAZZI - Carioca (11° posto)

Aveva già vinto Sanremo Giovani e qui con un look alla Boy George misto Califano, nel festival del Covid arrivato in contemporanea, dà una lezione di classe a tutti. Pianoforte maestoso, l'atmosfera "carioca" forse è solo da cartolina di quelli che in Brasile non ci vanno davvero ma te lo fanno credere e passano una settimana nascosti in casa. Intanto la musica scorre via e diverte.




 


PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA


1984 - GARBO - Radioclima (18° posto)

Si riassume tutto quando Pippo Baudo avvicina prima dell'esibizione Garbo, al secolo Renato Abate, e gli dice quasi meravigliato: "Questa è la new wave, quindi". E Garbo, annoiato, lo tratta come il vecchio zio a Natale. Due mondi agli antipodi scontratisi a Sanremo con una posizione finale indegna. Il brano è probabilmente il più bello che la new wave italiana, ma non ditelo a Pippo, abbia mai partorito. Voce struggente, synth che porta via ad alta velocità nel cuore della notte. Il sax sul finale, siccome siamo negli anni '80, è lancinante.

 

 

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