Eventi

Tutti gli appuntamenti

Eventi

Le curiosità

Storie, nascita e miti del caffè

La bevanda più amata da tutti è stata "dimenticata" dai Turchi durante un assedio?

Davide Maniaci

Email:

dade.x@hotmail.it

27 Febbraio 2022 - 14:25

Storie, nascita e miti del caffè

Le leggende sono affascinanti ed evocative, soprattutto quando (come questa volta) potrebbero anche essere vere. O forse no. Ecco l'approfondimento sulla storia e la diffusione del caffè in Europa pubblicata su CaffèLatte, l'inserto de L'Informatore del 24 febbraio.

«I turchi, ritirandosi dall’assedio di Vienna nel settembre del 1683, lasciarono sul campo cannoni, cammelli, cavalli e oro ma non solo: anche circa 500 sacchi di caffè». Su alcuni saggi di storia approfonditi lo si legge sempre più frequentemente: «il polacco Jerzy Franciszek Kulczycki, era nato nel 1640 nella città di Sambir, oggi in Ucraina. Nel 1683, inviato dai viennesi, eluse le truppe ottomane che cingevano d’assedio la città permettendo così all’esercito polacco di liberarla dai turchi. A missione compiuta, Kulczycki trovò dei sacchi abbandonati dagli assedianti che contenevano strani chicchi, e li riconobbe come caffè. Gli austriaci non sapevano cosa farsene e glieli regalarono tutti, e lui poté aprire il primo caffè di Vienna».

La battaglia di Vienna vista dal pittore fiammingo Pauwels Casteels

Evidentemente ha saputo farne ottimo uso. Non solo: alcuni pensano anche che gli invasori, ormai stremati e senza munizioni appena prima della disfatta, sparassero i chicchi di caffè dai cannoni, e questo è assai meno probabile. Quella battaglia fu decisiva. Se l’esercito ottomano ritenuto invincibile avesse vinto, avrebbe continuato la propria inarrestabile espansione in Europa, non limitandosi ai Balcani. Confutare o confermare la storia del signor Kulczycki è certamente arduo. Di certo c’è, però, che fu proprio da quegli anni che il caffè iniziò ad affermarsi anche in Europa come bevanda alla moda. Il caffè non è, come molti crederanno, originario del Nuovo Mondo: nei Paesi arabi il consumo è sempre stato molto elevato (al punto che, sembra, Maometto fu guarito col caffè da una grave forma di sonnolenza) da parte di ogni ceto sociale, a partire almeno dal 1400. Questo fatto è perfettamente logico: in una cultura in cui l’alcol è bandito, gli effetti di sobrietà e di stimolazione intellettuale dati dal caffè apparivano ideali per lo sviluppo degli studi matematici e del pensiero astratto.


Non è, come molti crederanno, originario del Nuovo Mondo: nei Paesi arabi il consumo è sempre stato molto elevato

Il primo europeo a notare questa strana bevanda, scura e amara, fu un medico viaggiatore tedesco, Leonhard Rauwolf nel 1582. In quest’epoca, di poco successiva alle grandi scoperte, iniziarono ad andare di moda prodotti prima sconosciuti: il cioccolato, il tè, il tabacco, che si diffusero subito ovunque e con successo. Il caffè invece stentò ad affermarsi: ancora cento anni dopo gli scritti di Rauwolf, era visto soltanto, tuttalpiù, come un medicinale. Il motivo può sembrare bizzarro, ma non lo è più di tanto considerando i tempi. Il suo aspetto e la sua temperatura ricordavano ancora troppo da vicino la pece bollente, apprezzato strumento di tortura medievale.

Nel 1700, improvvisamente, la svolta: il caffè inizia ad essere una moda tra le classi abbienti, che lo aggiungono alla loro cultura del lusso. Il caffè era considerato una sorta di panacea universale che, a seconda dei casi, rafforzava il fegato, purificava lo stomaco e il sangue, teneva svegli ma conciliava il sonno, stimolava l’appetito ma poteva anche calmarlo. Ma, soprattutto, rappresentava un’ottima alternativa all’alcol (di cui si faceva un consumo in quegli anni inimmaginabile ai giorni nostri) e alle sue proprietà inebrianti. Una celebre pubblicità dell’epoca per incentivare l’uso del caffè diceva, all’incirca: «con l’aiuto del caffè, l’umanità perduta nelle nebbie dell’alcol si risveglia alla ragione borghese, riacquistando tutta la sua proprietà lavorativa» . Una réclame che adesso farebbe sorridere, ma che risultò efficace, tanto che ancora due secoli dopo il caffè veniva ricordato come «lo strumento che riportò alla sobrietà un’epoca intera». E tanto che, ancora oggi, alcuni pensano che il caffè riesca a far passare i sintomi di un’ubriacatura. La cosa, fra parentesi, è infondata: il caffè ha base acida, ed è dunque sconsigliato per chi ha lo stomaco già irritato dall’alcol.

Il caffè, dunque, come rimedio a tutti i mali possibili e con proprietà straordinarie che, però, non ha. Se si esaminasse un’altra di queste proprietà si noterebbe una cosa curiosa: questa bevanda veniva anche considerata capace di ridurre le energie sessuali fino quasi all’impotenza, tanto da essere consigliata ai religiosi. È quindi facile capire come in una società puritana (come ad esempio la Gran Bretagna dell’epoca) uno strumento che è sia simbolo di sobrietà sia capace di reprimere gli impulsi sessuali rappresentasse una forza ideologica straordinaria. Curiosamente le donne inglesi, per fortuna meno puritane, protestarono più di una volta contro l’uso esagerato del caffè da parte degli uomini proprio per questa ragione. Certamente, nonostante le opinioni balzane, c’è un fondo di verità almeno riguardo la «proprietà lavorativa» descritta in quella sorta di spot pubblicitario: è dimostrato che la caffeina agisce sul sistema nervoso centrale, accelerando il pensiero ed i processi ricettivi, nonché ritardando il sonno e creando, dunque, più tempo per il lavoro. Nel ‘700, secolo del razionalismo, il caffè provocava (dal punto di vista chimicofarmacologico) ciò che l’etica protestante otteneva dal punto di vista ideologico-spirituale.

Vienna, Parigi e Londra, ad ogni modo, si contendono a fine ‘600 l’apertura del primo caffè, inteso come locale dove consumarlo.

Il cafè Central di Vienna

La Gran Bretagna avrebbe condotto per i due secoli successivi la classifica del consumo: una volta compreso che il caffè non era una moda passeggera, ma un rituale della quotidianità, si iniziarono a creare piantagioni autonome (senza più doverlo importare dagli arabi) nelle colonie americane, che esistono fiorenti ancora oggi. Sarebbe andato tutto bene, se non fosse che proprio pochi decenni dopo (metà del XVIII secolo) avvenne a Londra il passaggio, repentino eterno ed immutabile, dalla cultura del caffè a quella del tè. Un cambiamento improvviso, radicale, che nessuno storico sa ancora spiegare. Una possibile motivazione potrebbe essere il fatto che il caffè fosse importato da mercanti indipendenti, mentre il tè dalla Compagnia delle Indie, controllata dalla Corona, che aveva dunque interesse al cambiamento del gusto e del mercato. Cambiamento che avvenne, con una rapidità ed una radicalità da lasciare ancora sbalorditi. Da quel momento in poi, dopo la Rivoluzione francese e l’ascesa definitiva della borghesia, il caffè perse ogni caratteristica esotica o affascinante e divenne uno dei tanti generi “superflui” consumati nel quotidiano, diffuso ormai in modo uniforme in tutta Europa (tranne in Gran Bretagna, ovviamente) ed accessibile a tutte le tasche.

Commenta scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su L'informatore

Caratteri rimanenti: 400