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Campioni del Mondo, Campioni del Mondo, Campioni del Mondo

11 luglio 1982, 40 anni dopo la finale di Madrid. La nostra intervista a uno dei protagonisti: Antonio Cabrini. Il ricordo della Festa Mundial in Piazza Ducale

Bruno Ansani

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bruno.ansani@ievve.com

11 Luglio 2022 - 10:09

Campioni del mondo, Campioni del Mondo, Campioni del Mondo

Getty Images

Campioni del Mondo Campioni del Mondo, Campioni del Mondo. Nando Martellini, telecronista Rai, lo disse per tre volte, tre come in mondiali vinti dagli Azzurri: 1934, 1938, 1982. Si sarebbe poi aggiunta la quarta stella del 2006. Di quelle notti spagnole abbiano parlato con uno dei protagonisti, Antonio Cabrini. Qui sotto l'intervista pubblicata giovedì 7 luglio nello speciale de L'informatore dedicato proprio al Mundial 1982 e realizzata da Mario Pacali.

Antonio Cabrini in azione contro l'Argentina: il terzino realizzò il gol del 2-0 su assist di Bruno Conti

“Certe notti la strada non conta/ E quello che conta è sentire che vai”. Proprio così, come cantava Ligabue. Ci sono notti che restano nella storia. Quella dell’11 luglio 1982 è diventata leggenda. Che ancora oggi si tramanda di padre in figlio. Ed anche coloro che non l’hanno vissuta, è come se l’avessero vista dal vivo. Quarant’anni. Un’eternità, ma non per loro. Gli eroi del Mondiale spagnolo. E tra questi c’è Antonio Cabrini che da qualche anno si è trasferito a Milano. Grazie ad Angelo Sala (lo storico capitano del Vigevano ai tempi della serie C nell’era di Giuseppe Bellotti, e per anni osservatore della Juventus) siamo riusciti a contattare il bell’Antonio. Una chiacchierata estremamente piacevole con un grande protagonista di quell’edizione dei Mondiali. Mondiali che iniziarono nel peggiore dei modi per gli azzurri: tre pareggi, il passaggio del turno per differenza reti, le critiche.

«Dopo quei tre incontri - racconta - lo scetticismo era dilagante. Dalla stampa, dalle tv, arrivarono attacchi a dir poco ferocissimi. Più che contro noi, gruppo squadra, contro il ct Enzo Bearzot. Sicuramente le prime tre gare non furono esaltanti, ma avevamo in noi la consapevolezza che potevamo fare di più...».

E il toccasana fu rappresentato dalla decisione di chiudersi, di annunciare il silenzio stampa Motivazione ufficiale: le eccessive distorsioni delle loro dichiarazioni operate dai giornalisti nei loro resoconti. Unica eccezione: a nome di tutti d’ora in poi parlerà solo Dino Zoff, la cui loquacità - come sosteneva all’epoca un inviato del Corsera - pareggia la popolarità di Bearzot tra gli operatori dell’informazione. «Quella decisione ci aveva dato la possibilità di lavorare con più tranquillità, lasciando fuori dalla porta le critiche che continuavano a piovere sulla Nazionale e sul commissario tecnico. E quella scelta ci convinse ancor di più della nostra forza, della consapevolezza che eravamo un gruppo unito, coeso, in grado di affrontare qualsiasi avversario».

E il primo ostacolo sul cammino degli azzurri, dopo il faticoso passaggio del turno, fu l’Argentina di Diego Armando Maradona. “Torniamo a casa”, titolò un quotidiano sportivo dopo il sorteggio che ci abbinò dapprima all’albiceleste, quindi al Brasile forse più forte di ogni tempo.  In quel girone a tre, infernale per lo spessore degli avversari, perdere il primo incontro significava iniziare a preparare la valigia per tornare nell’italico stivale. Invece... Dopo una prima frazione di studio, con la marcatura a dir poco asfissiante di Gentile su Diego, ecco il gol della svolta: siamo al 57’, Conti lancia Antognoni che vede al limite dell’area Tardelli che spara in rete al volo di sinistro. Nulla da fare per Fillol. Dieci minuti dopo la seconda marcatura: Tardelli per Rossi, che spreca su Fillol in uscita, Conti raccoglie la respinta e passa a Cabrini che di sinistro infila l’estremo avversario.

«Quei due gol all’Argentina rappresentarono per noi la svolta. Come dicevo prima, in tutti noi c’era la consapevolezza che non potevamo essere la squadra del turno eliminatorio. Quella vittoria aumentò in noi quella consapevolezza. Non dovevamo temere nessuno».

Nemmeno il Brasile più forte di tutti i tempi, quelli dei Falcao, Eder, Cerezo, Socrates, Junior ed un certo Zico, sul quale il ct Bearzot riservò lo stesso trattamento utilizzato pochi giorni prima per Maradona: marcatura asfissiante firmata Claudio Gentile. Italia-Brasile, la partita dell’esplosione di Paolo Rossi, autore di una tripletta.

«Paolo era il bersaglio della stampa, la scelta di Bearzot di portarlo al Mondiale e di schierarlo dall’inizio, era una delle feroci critiche che mosse dai media nazionali. Contro l’Argentina, pur non segnando, Paolo aveva disputato una grande partita. Contro il Brasile il suo match è diventato leggenda».

La semifinale contro la Polonia, incontrata nella prima partita del girone, per tutti divenne una formalità: doppio Rossi e finale centrata.

«Parlo spesso, ricordando quel Mondiale, di consapevolezza della nostra forza e coesione del gruppo. Concetti che tutti hanno visto in quel match contro la Germania: dopo il mio rigore sbagliato sullo 0-0, non ci fu un attimo di appannamento, di sconforto. Gli stessi compagni mi rincuorarono, “andiamo a vincere”. E la delusione e l’amarezza passarono in pochi minuti».

«In quella notte - prosegue Cabrini - non vinse solo una squadra, ma un intero Paese. Un Paese che stava uscendo dagli anni di piombo, un Paese che iniziò proprio in quel periodo il suo boom economico. E lo sport, da sempre, può diventare un veicolo trainante per l’economia di una nazione. Certo, oggi ricordando quelle feroci critiche, in tanti dicono che i contestatori salirono poi sul carro dei vincitori. Ma anche questo fa parte della vita, della normalità».

Eroi di una notte, eroi eterni. «I quarant’anni di quella finale li stiamo praticamente festeggiando da mesi, partecipando a vari eventi che vengono organizzati per celebrare quel Mondiale. E  questa sera 11 luglio, saremo tutti in prima serata su Rai Uno, per un docu-film che parlerà di quell’avventura straordinaria».

Un’avventura che resta nel cuore e negli occhi di milioni persone che si sono scoperte a gioire, a festeggiare, a scendere in piazza non per manifestazioni di protesta, bensì per celebrare la vittoria ai Mondiali. La vittoria di eroi senza tempo.

LE IMMAGINI DELLA FESTA IN PIAZZA DUCALE A VIGEVANO

La notte di festeggiamenti in città. con "epicentro" naturalmente Piazza Ducale. Il racconto di Angelo Sciarrino.

Quell’estate del 1982 Radio Informatore, che da circa due anni si era trasferita insieme alla redazione nei locali alla sinistra della scalinata che porta in Castello, nel corso di quelle calde serate aveva deciso di sostituirsi al classico “piano bar” deliziando i frequentatori di Piazza Ducale con la sua musica diffusa da alcune potenti casse. Senza saperlo, una scelta che risultò quanto mai azzeccata.

Dopo quanto successo al termine delle partite con Brasile e Polonia, con “caroselli” di auto e molta gente che si era riversata nella strade, era facile pensare che in caso di vittoria nella finalissima con la Germania i festeggiamenti sarebbero esplosi in maniera ancor più fragorosa. Ecco allora il piano. Al termine della partita, se tutto fosse andato nel verso sperato, avevo il compito di staccare il nastro e avviare una diretta. Tutti sappiamo come andò a finire: Rossi, Tardelli, Altobelli, 3-1 ai tedeschi e Italia campione del mondo per la terza volta! Vidi la partita a casa di un amico e appena dopo che gli azzurri alzarono la coppa mi fiondai in centro.

Erano passati pochi minuti, ma già si faticava a farsi strada tra la folla festante. Mancava però qualcosa... un direttore d’orchestra! Nonostante la gioia, mi prese un po’ di panico. In quegli anni conducevo trasmissioni sportive, facevo radiocronache di basket, leggevo notiziari, ma non ero tagliato per fare il disk-jockey. Entro in studio e mi chiedo: “E adesso che faccio? Cosa dico?”. La prima cosa che mi viene in mente è declamare la formazione, o meglio, uso degli pseudonimi per sentire la risposta giù da basso. Da “nonno” Zoff, a “zio” Bergomi, fino a “Pablito” Rossi! A ogni nome è un boato che mi arriva dritto alle orecchie nonostante i vetri dello studio fossero insonorizzati. Funziona!

A quel punto prendo coraggio e mi lascio andare senza più remore iniziando a proporre una colonna sonora dove l’inno di Mameli si attesta al vertice della hit parade. E dire che fino a quell’estate in pochi erano soliti cantarlo... Al secondo posto “Azzurro”, il brano del nostro Vito Pallavicini portato al successo da Adriano Celentano, e poi tanto samba che scatena interminabili “trenini” e un po’ di sano rock dove domina, manco a dirlo, “We are the champions” dei Queen. All’epoca gli ascoltatori erano abituati a telefonare in radio per richiedere una canzone, quella sera qualcuno scoprì una sorta di scorciatoia e lungo lo scalone si formò una piccola processione di ragazzi che vennero di persona a implorarmi di mettere il tale brano. La piazza era imballatissima, il frastuono assordante, perchè alla musica si unirono i clacson delle auto e qualche “botto”. Nessuno se ne voleva andare. Si andò avanti fin dopo l’una, ben oltre il limite consentito, ma nessuno protestò. Che dire, una notte indimenticabile e irripetibile.

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