Vigevano, il sassofonista e clarinettista Bob Mintzer si racconta prima del concerto di venerdì 17 in Cavallerizza

Sotto le stelle del jazz: la rassegna termina col botto

Qui l'intervista integrale dopo l'anteprima su L'Informatore del 9 maggio. L'evento del 17 maggio alle 21 chiude la rassegna "A Vigevano Jazz"

Davide Maniaci

16 Maggio 2019 - 23:47

Sotto le stelle del jazz: la rassegna termina col botto

Bob Mintzer

«I’m just looking forward to playing music in your beautiful city». Non vedo l’ora di suonare nella vostra bellissima città. Parla Bob Mintzer, forse la “star” della rassegna A Vigevano Jazz. Il sassofonista e clarinettista statunitense si esibirà domani, venerdì 17 maggio, alla Cavallerizza del Castello alle ore 21, e farà il bis l’indomani al ridotto del teatro Cagnoni in una ma- sterclass, una vera e propria “lezione” prevista per le ore 17. Durante il concerto Mintzer, jazzista di razza, insieme alla Jazz Company del maestro Gabriele Comeglio sarà impegnato in un omaggio al pianista e compositore americano Don Grolnick. Prematuramente scomparso, Grolnick, con cui Mintzer ha collaborato spesso, ha suonato con alcuni dei più grandi musicisti internazionali, da Gato Barbieri a George Benson, da Ron Carter ai Manhattan Transfer, da John Scofield a James Taylor.
 «Il repertorio, circa dieci brani - anticipa Mintzer - consisterà in alcune delle melodie di Don e in alcuni dei brani che Don ha registrato con me nelle mie registrazioni. Era una persona straordinaria, un grande musicista, un intellettuale e un buon amico. Aveva un dono per quanto riguarda la comprensione di ciò che io chiamo “un puzzle musicale”. L’atmosfera del concerto di venerdì 17 sarà quella tipica della “big band”. Nella masterclass, invece, credo che parleremo della mia vita musicale e di alcuni particolari relativi al modo in cui creiamo le nostre composizioni. Trovo che la scena jazz non si fermerà mai. È destinata a cambiare, come cambiano i musicisti che decidono di farne parte. Il termine “fusion”, secondo il mio modo di pensare, è un termine coniato negli anni ‘70, e, nonostante il suo signicato si riferisca ad un mix di stili, non si applica alla musica che suoniamo oggi. Piuttosto, le formidabili band là fuori hanno un suono e uno stile che è veramente personale, impossibile da classificare».
Com'era suonare con Jaco Pastorius?
«Era una specie di visionario, un grande musicista. È stato stimolante ed educativo avere a che fare con qualcuno con una personalità musicale così forte. Aveva anche una grande band».
E con i Yellowjackets? Sono stati la più longeva e forse la più grande band fusion della storia. Com'è possibile suonare senza avere un leader?
«Gli Yellowjackets sono la band in cui avrei sempre voluto essere. La situazione di "leader-less", cioè senza leader funziona molto bene, credo, perché noi amiamo quello che facciamo e quindi siamo completamente disponibili a far parte di una squadra, a non far prevalere l'individualità. Gli alti livelli raggiunti dimostrano che la formula funziona».

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