arte dei comici

Paolo Cevoli e “La sagra famiglia”

Sul palco del teatro Cagnoni giovedì 14 novembre alle ore 21

Davide Maniaci

08 Novembre 2019 - 20:21

Paolo Cevoli e “La sagra famiglia”

Genitori e figli, dramma della nostra epoca. Ma forse questo problema esisteva già al tempo dei cavernicoli. E gli antichi Romani, i Greci, gli Ebrei facevano i compiti ai loro figli? Paolo Cevoli racconta la sua storia personale di padre e di figlio paragonata con ironia e leggerezza ai grandi classici. “La sagra famiglia” arriva anche a Vigevano, sul palco del teatro Cagnoni giovedì 14 novembre alle 21. Cose serie per non prendersi sul serio, però ridendo a crepapelle. Lo show è il primo su quattro della rassegna “Arte dei comici”.

«Racconto soprattutto la mia storia di figlio più che quella di padre - anticipa il comico romagnolo classe 1958 celebre per il personaggio dell’imprenditore Teddi Casadey - perché credo siano piuttosto i miei figli, se lo vorranno, a dover parlare di me. Ma loro non hanno la verve del comico. Forse ce l’ha il mio nipotino, che ha un anno e mezzo».
Neanche il titolo dello spettacolo, “La sagra famiglia”, è casuale: i Cevoli, famiglia allargatissima con decine e decine di cugini, erano davvero una tribù (come la ha definita l’autore stesso) e i loro ritrovi avevano quel sapore caotico e genuino delle feste di paese. Delle sagre. Dal rapporto
di Cevoli col padre ma anche con la madre si andrà indietro nel tempo, con esempi ironici e leggeri sui “figli”, veri o immaginari, che tutti conoscono. Paride, Enea, Gesù Bambino stesso. «Prendiamo il Figliol prodigo di evangelica memoria - riflette il comico, anche imprenditore - e pensiamo a suo padre. Sapeva benissimo che aveva tirato su un giovanotto “patacca”, come diremmo noi, che i soldi li prendeva per andare... a meretrici. Eppure al suo ritorno ha ucciso il vitello grasso. I padri fanno così, ognuno a suo modo. Li divido in tre tipi: quello autoritario, quello assente e quello amico. Di fatto un genitore ama talmente tanto il figlio da volerlo vedere andar via, mettere su famiglia. La madre è più “preservativa”, io la chiamo così. Andando sul personale il ricordo più bello che conservo a riguardo è stato quando, a 5 anni, mio papà mi smontò le rotelline della bicicletta. Ovviamente mamma era contraria. Io sono caduto subito rompendomi anche un braccio. Eppure appena sono guarito lui mi ha convinto a riprovarci, e io ho imparato ad andare in bicicletta». Forse sono queste le storie che divertono di più, quelle dell’amarcord familiare, interrotte ogni tanto da paragoni arditi ma brillantissimi e da battute fulminanti-

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