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Si spengono le voci del carcere

Vigevano: con il nuovo assetto del 41-bis termina l’esperienza del Teatroincontro iniziata nel 2012. Il regista Mimmo Sorrentino: «È un luogo connesso al territorio, chi decide dovrebbe tenerne conto»

Ilaria Dainesi

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ilaria.dainesi@ievve.com

05 Settembre 2025 - 10:32

Si spengono le voci del carcere

Il regista Mimmo Sorrentino

Da ormai diverse settimane si parla della chiusura della sezione femminile e dell’arrivo di detenuti sottoposti al regime del 41-bis (il cosiddetto “carcere duro”) nel carcere di Vigevano. A esprimere preoccupazioni su questa nuova organizzazione sono stati sia i politici locali, sia i sindacati della polizia penitenziaria. Con il nuovo assetto della casa di reclusione si mette anche fine a una serie di progettualità che si erano portate avanti negli ultimi anni. A partire dall’esperienza di “Educarsi alla libertà”, che la cooperativa sociale Teatroincontro aveva avviato nel 2012, con il patrocinio dei Ministeri della Giustizia e della Cultura, ottenendo risultati importanti e riconosciuti in tutta Italia.

In questi anni sono stati realizzati spettacoli visti da oltre diecimila spettatori, con rappresentazioni in teatri stabili e di ricerca di prestigio europeo e all’interno di Università. Nando Dalla Chiesa ha dedicato al progetto un capitolo del suo libro “La legalità è un sentimento. Manuale controcorrente di educazione civica” (Bompiani). E di Teatroincontro hanno parlato anche lo psicanalista Massimo Recalcati e l’autore e professore Oliviero Ponte di Pino. Ne hanno scritto moltissimi studenti universitari nelle loro tesi, oltre a suscitare l’interesse di aspiranti attori della Scuola “Paolo Grassi” di Milano. Il film “Ariaferma” di Leonardo Di Costanza si è ispirato al lavoro delle cooperativa, e sul progetto di Sorrentino è stato realizzato anche un docufillm prodotto dalla Rai intitolato “Cattività”.

Un’esperienza significativa che ora, però, finisce. «Dispiace. Dispiace per la città», dice Mimmo Sorrentino, che da anni porta avanti il progetto in carcere. «Soltanto nel 2025 – riferisce il regista – abbiamo fatto registrare oltre 700 spettatori. Dispiace che in città si chiuda uno spazio di cultura partecipata, e ci spiace del lavoro di recupero che si svolgeva con le detenute di alta sicurezza. Di tutte le attrici che hanno recitato nei nostri spettacoli e che poi sono uscite, nessuna è tornata in carcere. Tanto da far dire al professor Nando Dalla Chiesa che a Vigevano si era aperta una nuova strategia di contrasto alla criminalità organizzata. Per quel che riguarda la nostra cooperativa siamo abituati a che i progetti prima o poi finiscono, e per questo lavoriamo sempre a diversificare i nostri interventi in più ambiti del teatro sociale e non. Ciò che un po’ fa specie, però, è che in tutti questi anni il nostro progetto sia costato soldi pubblici e privati. Un film con la Rai e la produzione di spettacoli non sono stati fatti a costo zero. Per carità, non ci siamo comprati le ville al mare, però il tutto ha avuto un costo, e azzerarlo ha voluto dire anche bruciare quello che il pubblico e il privato ha speso in questi anni».

La riflessione di Sorrentino si amplia alle possibili conseguenze per la città di Vigevano e per il suo territorio: «Credo che la trasformazione o la chiusura di un servizio pubblico, tribunali, ospedali, ufficio postali, scuole generi un costo sociale ed economico per i territori. I decisori dovrebbero sempre tenerne conto e spero lo abbiano fatto anche nel caso del carcere di Vigevano. La differenza tra il carcere e le altre imprese pubbliche di cui parlavo prima è che il carcere, sia per la sua ubicazione e sia per le persone che custodisce, viene percepito come estraneo a un territorio. Ma chi ci lavora sa che invece non lo è per niente. Non solo perché vi lavorano oltre duecento persone. Ma perché sono tantissime le ditte che a vario titolo vi entrano. Distribuzione alimentari, ditte edili, farmaceutiche ecc. Oltre allo stretto contatto che il carcere ha con le aziende ospedaliere. Il carcere è un luogo dove ci si ammala. La restrizione produce malattia. E poi alla marea dei familiari dei detenuti che vi arrivano e spesso soggiornano in città. Tutto ciò è territorio per cui quando si agisce su di un carcere, come su di un tribunale o su di un ospedale, si va ad agire sul territorio. In tutta sincerità non saprei predire quali vantaggi o svantaggi produrrà per Vigevano la trasformazione della casa di reclusione in 41 bis. Non so se ci sono studi in merito. Se ci sono non li conosco. Ma di sicuro le forze dell’ordine e i magistrati di Novara ne hanno un’idea precisa e veritiera delle ricadute che ha su di un territorio un carcere al 41 bis. Gli si potrebbe chiedere. Noi, come più volte mi ha detto l’ex procuratore Antonio Spadaro, abbiamo la migliore polizia investigativa del mondo. Come si potrebbe chiedere al presidente della Regione della Sardegna Todde perchè si sta opponendo a che in Sardegna si incrementi la presenza di detenuti al 41 bis. Se si oppone qualche ragione dovrà averla. Si può chiedere. Quello che però, a dire il vero, mi sconcerta – prosegue Sorrentino – è che molte persone sono convinte che l’arrivo dei detenuti soggetti al 41 bis porterà ordine in città. Se fosse vero allora le regioni del Sud dovrebbero essere oasi felici e non mi sembra lo siano, se non nella rappresentazione iperbolica che De Luca da della Campania. Scambiare un cancro per un farmaco salvavita è folle. Ecco, forse insieme alla costruzione di padiglioni per i detenuti al 41 bis, bisognerebbe rafforzare i presidi di sanità mentale».

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