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omicidio garlasco
13 Ottobre 2025 - 18:21
Il primo luglio scorso la Corte di Cassazione aveva confermato la decisione del Tribunale di Sorveglianza di Milano che, lo scorso aprile, aveva concesso ad Alberto Stasi il regime di semilibertà. Condannato in via definitiva per l’omicidio di Chiara Poggi, avvenuto nel 2007 a Garlasco, Stasi può dunque continuare il percorso di reinserimento sociale avviato negli ultimi anni di detenzione. La prima sezione penale della Suprema Corte, presieduta da Giuseppe Santalucia, aveva infatti rigettato il ricorso presentato dalla Procura generale di Milano, che contestava la decisione dei giudici di sorveglianza, ritenendo che non fosse stata adeguatamente valutata un’«infrazione» commessa.
Secondo l’accusa, Stasi avrebbe rilasciato un’intervista televisiva al programma Le Iene nel marzo 2025, durante un permesso premio, «senza aver ottenuto alcuna previa autorizzazione». Nel ricorso, la Procura sosteneva che il condannato avesse «approfittato dello spazio di libertà concessogli per conquistarsi ‘una tribuna pubblica’ che non gli sarebbe spettata», soprattutto in un momento in cui erano in corso nuove indagini sul delitto, riaperte a carico di Andrea Sempio.
I giudici di Cassazione, tuttavia, hanno considerato infondate le obiezioni della Procura, ritenendo che il Tribunale di Sorveglianza avesse «scrupolosamente analizzato le risultanze del trattamento», apprezzando «l’evoluzione favorevole di personalità da esse riflessa, indicativa della progressiva risocializzazione del detenuto, pienamente convalidata da tutti gli operatori penitenziari».
LE MOTIVAZIONI
Nelle motivazioni depositate il 13 ottobre, la Cassazione sottolinea che il Tribunale aveva valutato l’intervista «in chiave trattamentale,» ricostruendone «toni e contenuto per il tramite della Direzione penitenziaria» e ritenendo che «il suo rilascio non violasse le prescrizioni al cui rispetto la fruizione del permesso premio era vincolata». La decisione, si legge ancora, «è immune da vizi del ragionamento logico e supera il vaglio di legittimità».
La Corte ha comunque riconosciuto che «non sono state sottaciute criticità residue di personalità», legate «non già dunque all’intervista, mantenutasi nei limiti della continenza, quanto alla tendenza dell’interessato ad autoproteggersi e ad accreditare all’esterno un’immagine positiva della propria persona». Tali aspetti, ha aggiunto la Suprema Corte, «non assumono pregnanza tale, alla luce del contesto complessivo e delle risorse a disposizione del condannato, da precludere l’ammissione alla richiesta misura alternativa, comunque di tipo marcatamente contenitivo».
Per la Cassazione, il percorso di Stasi è considerato positivo, pur con la necessità di ulteriori verifiche future: un «recupero graduale di autostima» che, scrivono i giudici, «non può prescindere, per mantenere valore trattamentale, da ulteriori e concrete verifiche».
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