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19 Febbraio 2026 - 16:36
No, non ne valeva la pena. Tornando indietro Alfredo Santino Stefanini, Tino, non rifarebbe cinquant’anni di carcere giocandosi prima la giovinezza e poi la vita stessa da rinchiuso, anziché godersi come tutti le esperienze del tempo che passa, da uomo libero. Se avesse condotto una vita onesta, Tino Stefanini avrebbe potuto vegliare la morte dei genitori, girare il mondo, tornare a casa con le mani unte di grasso per riabbracciare i figli. Invece è solo adesso, a 74 anni, che può decidere di venire a Vigevano per presentare il suo libro.
Lui è tra gli ultimi superstiti della banda della Comasina. Quella di Renato Vallanzasca. Quella che negli anni Settanta sparava contro la polizia, compiva rapine spettacolari, finiva sulle prime pagine dei giornali per i sequestri e le evasioni rocambolesche. Stefanini presenterà il libro autobiografico “La Comasina, Vallanzasca e io - Memorie di un bandito” edito da Milieu sabato 21 febbraio alle 17 presso lo spazio Ondedurto.Arte, in via Cairoli. L’ingresso è libero. Stefanini dialogherà col poeta e scrittore Luigi Balocchi. «Per favore - chiarisce - non mi chiami “pentito”, perchè l’accezione del termine riguarda chi, per ottenere vantaggi personali, tira in ballo altre persone e le loro famiglie. Non certo ex criminali che adesso vanno in chiesa a confessarsi. No, “pentito” no. Però ho tantissimi rimpianti. Non mi comporterei più così, no, sia per il male che ho fatto sia perché mi sono giocato tutto».

Tino Stefanini
Come è iniziata la “carriera”?
«La mia famiglia era medio-borghese, io non avevo bisogno di rubare tanto che durante i primi furti, radioline o cose del genere, non volevo nemmeno i soldi del ricavato. Era pura adrenalina: non avevo bisogno di nulla in particolare. C’era la “ligera”, questo sottobosco di microcriminalità di rapinatori o borseggiatori che io ho iniziato a frequentare da adolescente nei bar di Affori di mia madre. Poi man mano ti rendi conto che puoi fare i soldi veri. I ragazzi della futura banda della Comasina, quella di Vallanzasca (anche se lui è entrato dopo), li ho conosciuti al Beccaria, il carcere minorile, dove ero finito per aver rubato dei pantaloni. Poi, fuori, sono iniziate le prime rapine».
E le prime sparatorie.
«Mi turba, ora, pensare di aver fatto del male. Si faceva fuoco contro bande rivali, contro le forze dell’ordine. L’unico omicidio è stato quello di uno spacciatore, vendeva l’eroina a un mio amico. In generale, c’era un solo motivo per cui eravamo banditi: la bella vita, i soldi facili».
Che hanno portato a mezzo secolo di carcere...
«Sono evaso varie volte e continuavo a compiere reati, rapine soprattutto. Avrei dovuto scontare cinque anni e per tutti questi casini che ho combinato, sono decuplicati. A un certo punto ho pensato a riflettere sul valore di essere uomini liberi e con la coscienza a posto. Sono uscito il 1° aprile 2021. Pensavo fosse un “pesce”... avevo mandato un’istanza di scarcerazione per la mia invalidità, senza crederci realmente. Pur ai domiciliari, è stato uno choc. In positivo».
E adesso va nelle scuole.
«L’altro giorno ero ospite in un liceo a Milano. Vorrei far capire ai ragazzi un concetto banale: “non fate come me”, non portate dolore e sofferenza a voi e agli altri. Mi ascoltano, capiscono. Non faccio apologia di nulla, ma racconto lucidamente ciò che è successo».
Come passa le giornate?
«Trascorro una vita normale. Sono sereno. Mi sveglio, incontro mio fratello al bar, cucino, faccio il bucato, guardo la televisione. La vita di un anziano. Però sono abbastanza attivo sui social e faccio i conti coi pregiudizi. Ma ormai non mi arrabbio più. Semplicemente cancello i commenti più cattivi. Ogni tanto presento il libro e parlo agli studenti. Insieme ad altri vendo magliette del marchio “Mala Milano”. Una rievocazione estetica che non è nostalgia, ma marketing».

E Renato Vallanzasca? Lo sente ancora?
«Abbiamo passato cinque anni in cella insieme e per me è come un fratello. Siamo rimasti in tre, di quei tempi. Io, Osvaldo Monopoli che ora è libero, e Renato. Lui ormai sconta la pena in una rsa, ha l’alzheimer, non cammina, non riconosce nessuno. Chiunque al suo posto sarebbe stato scarcerato. Lui no, è detenuto da 55 anni. Francamente non la ritengo una condizione umana. Esiste una petizione per fare domanda di grazia sul sito change.org. Servono diecimila firme, siamo a duemila».
Milano: in un certo senso non l’ha quasi mai lasciata. Adesso vive in una casa al Gallaratese, sempre periferia. Come l’ha vista cambiata?
«Peggiorata. Certo, negli occhi del ventenne che ero prima del carcere tutto era più bello. Io ricordo una città in cui la gente usciva la sera, sempre, e non aveva paura. C’erano i banditi (come me), che comunque avevano delle regole. Ora vedo ragazzotti che non si fanno scrupoli a picchiare una donna per rubarle la borsa, o a far male a gente ancora più giovane di loro. Ai nostri tempi non esisteva nulla del genere. Adesso i miei vicini hanno paura ad uscire col buio. Al di là di questo, adesso è una città carissima ed escludente: paghi una tassa anche solo per usare l’auto in certe zone».*
Così, però, sembra che i suoi fossero tempi belli...
«No. Ora so che la vita è un’altra, che era tutto sbagliato. Tutto. L’ho capito tardi».
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