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Watergate, 50 anni dopo. La scandalò che pose fine alla presidenza Nixon

Il 17 giugno 1972 venne scoperta l'irruzione nel comitato elettorale del Partito Democratico a Washington. Sembrava solo un banale furto, invece nascondeva un complotto che ha cambiato la storia americana e mondiale

Bruno Ansani

Email:

bruno.ansani@ievve.com

16 Giugno 2022 - 22:14

Watergate, 50 anni dopo. La scandalò che pose fine alla presidenza Nixon

Richard Nixon rassegnò le dimissioni da presidente degli Usa e terminò la sua carriera politica il  9 agosto del 1974. Ma tutto era cominciato poco più di due anni prima.

Richard Nixon annuncia in diretta televisiva le proprie dimissioni a presidente degli Stati Uniti. E' il 9 agosto 1974

La notte del 17 giugno 1972, esattamente cinquant'anni fa, tre agenti della polizia furono chiamati a intervenire all'interno del complesso Watergate. Entrati per un giro d'ispezione nella sede del quartier generale elettorale del Partito Democratico  pescarono in flagrante cinque individui vestiti in giacca e cravatta, dotati di walkie talkie e strani apparecchi. I cinque "ladri", subito arrestati, diedero nomi falsi e il giorno successivo vennero portati davanti al giudice con l'accusa di rapina ("altamente professionale e con un chiaro intento clandestino, ma senza bottino").

Il complesso del Watergate a Washington

A novembre del 1972 si tennero le elezioni presidenziali, vinte facilmente da Richard Nixon che venne confermato alla Casa Bianca con uno scarto impressionante sullo sfidante McGovern: primo in 49 stati su 50. In realtà l'era Nixon stava iniziando a franare sotto i colpi di uno scandalo clamoroso. 

LA BANDA DEI CINQUE

Una banda di idioti, si sarebbe detto e questa fu per molto tempo la versione dell'entourage di Nixon alla Casa Bianca. Ma i cinque che si introdussero nella sede democratica erano già entrati a maggio per piazzare delle cimici. Alcune non funzionavano bene e per questo ci fu la seconda effrazione del 17 giugno. L'intenzione era intercettare i telefoni dei democratici, forse arrivare sino all'ufficio del candidato McGovern e scoprire se aveva materiale scottante su Nixon da usare in campagna elettorale. Questo era quanto voleva sapere il presidente, ormai entrato in una spirale paranoica e criminale. I cinque sorpresi al Watergate erano Bernard Barker, Virgilio González, Eugenio Martínez, James W. McCord Jr. e Frank Sturgis. Figure di secondo piano, esecutori materiali del piano. Tre di loro erano esuli cubani che avevano preso parte nel 1961 all'assalto alla Baia dei Porci. 

La connessione che inizio a portare a galla lo scandalo fu il ritrovamento, tra le carte degli scassinatori, di riferimenti a un certo E. Howard Hunt e dei numeri di telefono della Casa Bianca. Uno degli scassinatori, James McCord, attirò in particolare l'attenzione degli investigatori: era un ex colonnello della riserva dell'USAF, un vecchio agente dell'FBI e della CIA, e soprattutto un membro del comitato per la rielezione del presidente Nixon. Hunt aveva in precedenza lavorato per la Casa Bianca; venne quindi evocata, soprattutto da esponenti politici democratici, la possibilità di un collegamento tra gli scassinatori del Watergate e gli ambienti vicini al presidente. Un Grand jury federale venne incaricato di istruire il procedimento penale.

LA PISTOLA FUMANTE

Fu anche formata una commissione senatoriale, con udienze trasmesse in diretta televisiva che devastarono l'immagine pubblica di Nixon. Ma la cosiddetta smoking gun furono i nastri del del sistema che automaticamente registrava ogni cosa detta nello Studio Ovale. Una rivelazione scioccante che trasformò radicalmente le indagini sul Watergate, portò all'impeachment di Nixon e alle sue dimissioni, il 9 agosto 1974. Il presidente inizialmente rifiutò di consegnare i nastri ma la Corte Suprema affermò all'unanimità che la richiesta di Nixon di appellarsi al privilegio della carica era inammissibile e gli ordinarono di consegnarli al procuratore speciale incaricato del caso.

Una delle audizioni della Commissione senatoriale che si occupò dello scandalo

Il 30 luglio Nixon eseguì l'ordine e rilasciò i nastri incriminati. Le conversazioni registrate dimostravano un diretto coinvolgimento del presidente nel vasto piano di intercettazione e sabotaggio della campagna democratica e fornirono le prove del "cover up", ovvero del tentativo di insabbiamento operato dalla Casa Bianca e affidato al giovane consulente legale John Dean, il quale quando si rese conto che questo lo avrebbe reso il capro espiatorio e fatto finire in carcere per intralcio alla giustizia decise di testimoniare davanti alla commissione senatoriale: e fu una delle svolte cruciali dello scandalo.

La testimonianza di John Dean davanti ai senatori Usa

IL RUOLO DEI GIORNALI: IL WASHINGTON POST

Bob Woodward (in piedi a sinistra) e Carl Bernstein (seduto) al Washington Post all'epoca dello scandalo Watergate

Ci fu un giornale, il Washington Post, che iniziò a parlare del caso Watergate fin dal 18 giugno 1972. E due suoi reporter, Bob Woodward e Carl Bernstein diventarono celebri per le successive inchieste, che svelarono buona parte del complotto. Vinsero il Pulitzer e diventarono figure iconiche, anche grazie al film Tutti gli uomini del presidente, diretto da Alan Pakula e interpretato da Roberto Redford e Dustin Hoffman. 

Il 18 giugno 1972 l'esperto cronista del Post Alfred E. Lewis firmò il primo articolo. Tra i diversi collaboratori citati alla fine dell'articolo c'erano anche Woodward e Bernstein. Il pezzo iniziava così: "Cinque uomini, uno dei quali ha dichiarato di essere un ex dipendente della Central Intelligence Agency, sono stati arrestati alle 2 e 30 di ieri in quello che le autorità hanno descritto come un elaborato complotto per intercettare gli uffici del Comitato Nazionale Democratico. Tre degli uomini erano nativi di Cuba e un altro avrebbe addestrato esuli cubani per attività di guerriglia dopo l'invasione della Baia dei Porci nel 1961. Sono stati sorpresi sotto la minaccia delle armi da tre agenti in borghese del Dipartimento di polizia metropolitana in un ufficio al sesto piano del lussuoso Watergate". La regia dell'inchiesta fu del caporedattore della cronaca del Washington Post, Barry Sussman: un nome poi dimenticato, ma decisivo per il lavoro giornalistico del Post. 

Woodward e Bernstein si avvalsero, nella loro inchiesta, di una fonte a lungo rimasta anonima e soprannominata Deep Throat (Gola Profonda, come il titolo di un famoso film porno dell'epoca). Gola profonda non era altri che  W. Mark Felt, numero due dell'FBI, che credeva di assumere le redini del Bureau dopo la morte di J. Edgar Hoover. Nixon nominò invece Patrick Gray e le rivelazioni sul Watergate furono la sua vendetta contro Nixon. Celebri gli incontri con Woodward, davanti a un garage: i due si conoscevano dai tempi in cui il giornalista era tenente della Marina. La prima volta che Woodaward e Bernstein scrissero insieme un articolo fu domenica 18 luglio 1972. Da allora divennero inseparabili e pubblicarono sempre in coppia: i Woodstein, vennero soprannominati dalla redazione.

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