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Il personaggio
21 Settembre 2025 - 17:00
Sono passati 34 anni dall’ultima volta che aveva partecipato a una Parigi - Dakar. Era il 1991, ma i ricordi sono ancora nitidi. Del resto certe avventure non si potranno mai dimenticare: il deserto, i Tuareg, i tramonti, le situazioni di pericolo. Gli amici che non ci sono più, inghiottiti tragicamente dalla gara più affascinante ma anche più pericolosa del pianeta per veicoli a motore.
Otello De Poli, 74 anni, era dietro le quinte: non andava in Africa come pilota, ma come fisioterapista. La sua esperienza e la sua competenza (il suo studio di fisioterapia a Vigevano è tra i più rinomati, e compie 40 anni proprio in questi mesi) hanno fatto sì che lui venisse scelto, e desiderato. E quindi partiva, seguendo i campioni. Come Angelo Cavandoli, che sarebbe poi scomparso nel 1994 durante il rally di Tunisia. «A lui – confida De Poli – volevo molto bene, il suo ricordo è ancora vivido in me». C’è un aneddoto, che fa capire quanto fosse complesso non solo gareggiare in sé, in mezzo alle dune, ma anche ambientarsi in un luogo dove giustamente l’uomo occidentale era in casa d’altri. «Non vedevamo arrivare Cavandoli – racconta – e iniziavamo seriamente a preoccuparci perché di lì a poco sarebbe diventato buio. Per fortuna lo abbiamo trovato. Era stato rapinato, in mezzo al deserto. Alcuni predoni gli avevano rubato la moto. Lui era lì, fermo, da solo, che piangeva».

Otello De Poli
La carriera di De Poli è iniziata col ciclismo, la prima passione. Vigevanese doc, si era poi spostato a Milano per amore. Lì sono anche arrivati i primi studi e le prime specializzazioni, come Infermieristica a Milano. Intanto, mentre si faceva un nome nella professione, seguiva le grandi gare di bici anche in America, oltre a tanti Giri d’Italia. «Mai il Tour, però». Inoltre la Superbike con due campioni del Mondo: Fabrizio Pirovano e Fred Merkel.
Dopo tante peregrinazioni sempre da fisioterapista (è stato pure a Taiwan), ecco il ritorno a Vigevano. «Non conoscevo più nessuno, ho lavorato per squadre di calcio e basket. Non era sempre semplice essere pagati». Così, errabondo, ha contattato vari club motoristici. «Ho scritto anche alla Ferrari». Ha risposto la Yamaha Chesterfield, ingaggiandomi per il Rally dei Faraoni come «periodo di prova». Superato a pieni voti, evidentemente, perché le Dakar sono state poi «tre o quattro». «Ho mollato, potendo ottenere anche di più dal punto di vista economico e di notorietà – spiega – perché sconvolto dai due incidenti mortali dell’edizione del 1991. Nel corso delle varie manifestazioni ho visto un pilota decapitato. Ho dovuto portare in mano la gamba di un altro, staccatasi dopo un brutto incidente. Dopo questi episodi penso sia normale perdere un po’ di energia, di motivazione, di sensibilità». I momenti belli superano certamente quelli brutti, i ricordi si sprecano. Potrebbe venir fuori un libro. «Poteva capitare – prosegue Otello De Poli – di non lavarsi per 15 giorni, coi risultati che vi lascio immaginare. Una volta, eravamo su una Jeep, siamo stati circondati dai Tuareg col mitra in mano. Un’altra volta, in un villaggio nel Mali, senza quasi rendermene conto sono stato attorniato da cento bambini che mi chiedevano di tutto. Per non parlare di quell’uomo con una spada enorme, che mi guardava: io ho gridato fortissimo e sono scappato...».

Così l'Informatore nel 1990 parlava di lui
Un’altra personalità indelebile rimasta nel cuore di Otello De Poli è Ambrogio Fogar. Del leggendario avventuriero, il vigevanese conserva ancora un orologio che gli è stato donato. «Abbiamo continuato a sentirci fino all’ultimo momento, chiaramente dopo l’incidente che lo ha reso paralitico non era più lo stesso. Era veramente un personaggio incredibile. Se pensate che io ho storie da raccontare, immaginatevi lui». E Otello De Poli rivela tutto questo con un tono pacato, sereno. Non gli manca l’Africa, dice, anche se gli si illuminano gli occhi quando ne parla, come chiunque ci abbia passato del tempo e abbia dormito lì, sotto le stelle.
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